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La speranza oltre l’Olocausto nel Diario di Anne Frank

Per i nostri lettori l’opera che ha segnato la Storia nella sua versione definitiva. Un racconto di vita prima del lager e l’ostinato ottimismo della protagonista

di GIORGIO NISINI
2 minuti di lettura

MANTOVA. È il 12 giugno del 1942 quando Annelies Marie Frank, da tutti chiamata semplicemente Anne, una vivace ragazzina ebreo-tedesca emigrata con la propria famiglia in Olanda in seguito all’inasprirsi delle persecuzioni razziali, riceve in regalo per il suo tredicesimo compleanno “un taccuino con la copertina imbottita, in stoffa scozzese e chiusura a scatto”. Lo stesso giorno Anne annota su quel taccuino il suo primo pensiero: «Spero di poterti confidare tutto», scrive come rivolgendosi a un amico, «e spero che mi sarai di grande sostegno». È l’avvio di una tra le più celebri e drammatiche testimonianze del genocidio nazista, la frase d’apertura del diario forse più famoso del XX secolo: il Diario di Anne Frank.

A oltre settant’anni dalla morte nel campo di sterminio di Bergen-Belsen, dove Anne fu deportata con la sorella Margot nell’inverno del ’44, il diario viene riproposto da questo giornale (in abbinata da domani in edicola) e dagli altri quotidiani del gruppo Gedi nell’edizione definitiva di Mirjam Pressler, in cui la prima redazione pubblicata nel 1947 dal padre della ragazza, l’unico superstite della famiglia Frank, viene integrata con brani recuperati dai due manoscritti autografi conservati presso il Niod, l’Istituto per la documentazione bellica dei Paesi Bassi. Il libro, curato nella versione italiana da Frediano Sessi, continua a sorprendere non solo per quello che testimonia e che rappresenta – la persecuzione degli ebrei, la gioventù negata, il delirio antisemita – ma anche per la sua capacità di dichiarare la resistenza della vita in un mondo sempre più asfissiante e claustrofobico. Anne è l’architrave di questa resistenza. La tenacia e la forza morale con cui afferma la propria voglia di vivere nonostante l’oppressione nazista l’hanno resa una delle grandi eroine tragiche del ’900.

La storia della sua reclusione forzata è ormai nota a tutti. Dopo neanche un mese da quel primo appunto sul taccuino, la famiglia Frank fu costretta a nascondersi dentro un alloggio segreto ricavato nella ditta del padre. Qui vivranno segregati con un’altra famiglia ebrea e un medico dentista per oltre due anni, e qui Anne continuerà a scrivere il suo diario fino al primo agosto del 1944, pochi giorni prima dell’irruzione di una squadra nazista che metterà forzatamente fine alle sue annotazioni.

La pubblicazione del testo nel 1947, lo stesso anno d’uscita di Se questo è un uomo di Primo Levi, rappresenta dunque il risarcimento postumo a una ragazzina che desiderava diventare una scrittrice famosa, ma che a differenza di Levi non fece mai in tempo a conoscere la propria notorietà. Eppure Anne intrattiene con Levi un rapporto simmetrico: la sua non è una memoria del lager, ma un racconto di vita prima del lager. È un cambio di prospettiva che non esclude il campo di sterminio, ma lo prefigura come lo sfondo oscuro in cui tutta la sua vicenda si proietta e acquista un senso tragico. Come sarebbe cambiata la percezione del diario se Anne fosse sopravvissuta? Il lettore lo avrebbe letto come testo della speranza?

Il fascino di questo libro, e forse la sua fortuna, sta soprattutto qua, nel contrasto tra la vivacità di Anne, la sua vitalità, il suo narrare la vita di tutti i giorni, e la consapevolezza crescente di un destino ineludibile che incombe all’orizzonte. Lo comprese bene Natalia Ginzburg in una prefazione del ’54, ripubblicata in appendice al testo, quando scrisse che siamo inevitabilmente portati a leggere il diario tenendo presente la sua drammatica conclusione: l’irruzione tedesca, la deportazione, le immagini impresse nella memoria collettiva di corpi vaganti come spettri oltre un recinto di filo spinato. Questa conclusione condiziona la nostra lettura, riveste di un’ombra sinistra i momenti di speranza che Anne continua testardamente, ma sempre più dolorosamente, a far emergere nel corso della narrazione.

Eppure è dentro quei momenti che si definisce la nervatura etica del suo diario, che può essere oggi riletto non soltanto come il racconto di una tragedia storica, ma anche come il resoconto di una contraddizione interiore che non sembra mai risolversi. «Mi chiamano la contraddizione ambulante», scrive nell’estate del 1944, «cerco un modo per diventare come vorrei tanto essere e come potrei essere se... nel mondo non ci fosse nessun altro». Quel “se” e quei puntini sospensivi aprono un’ipotesi di vita, che, per Anne, non sarà mai possibile.

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