Gibì, campione senza tempo

Il ciclista di Ceresara fu antagonista di grandi come Hinault, Moser e Merckx

CERESARA. Gibì Baronchelli è tornato alle origini. In quella San Martino Gusnago dove nacque e trascorse il primo anno di vita («Qui non potevo ancora pedalare» si scusa) ha presentato "Dodici secondi", il libro che riassume la sua carriera. Ha radunato ad ascoltarlo quasi un centinaio di appassionati, tra i quali una schiera di cugini, che ancora vivono nella piccola frazione di Ceresara. Soprattutto, è riemerso dopo oltre 25 anni di oblio, tornando a parlare pubblicamente di ciclismo. Di un'epoca in cui il tifo degli italiani si divideva in modo netto per gli assi della bicicletta. Di tempi in cui il campione era anche una biglia che rotolava sulle sabbia. Di un ciclista da tutti considerato buono d'animo, spesso al servizio di compagni in difficoltà. E soprattutto tremendamente forte, al quale il palmarès di successi conquistati non rende giustizia. Dodici secondi è il tempo che distanziava un ventenne Gibì, all'esordio tra i professionisti, dal vincitore Eddy Merckx al termine del Giro d'Italia 1974.



Baronchelli, partiamo da nomi e nomignoli.

«I tifosi mi soprannominarono subito Gibì. Sulla carta d'identità sono Gianbattista ma per De Zan in telecronaca ero addirittura Giovanbattista. In famiglia e gli amici invece mi chiamano Tista, che è il diminutivo a cui sono più abituato».

Com'è nata l'idea di un libro che la racconta?

«Devo premettere che dopo aver lasciato l'ambiente nel 1989 scomparii totalmente dalla scena, quasi nauseato. Un paio d'anni fa incontrai un appassionato, Gian Carlo Iannella, che mi propose di raccontare in un libro la mia storia. Non è nemmeno un giornalista, ma un responsabile dell'Inps di Viareggio. In ogni caso un personaggio di grande spessore. Benché io sia stato un suo beniamino mi ha conosciuto soltanto attraverso i giornali, ci siamo visti in tutto 5 ore. Poi mi ha fatto pervenire la bozza. Ho letto, limato e alla fine siamo giunti al prodotto finito. Con grande entusiasmo, lo riconosco. Ho affidato la prefazione ad un giornalista di settore molto apprezzato qual è Marco Pastonesi. Anche il titolo l'ha scelto lui, non ha avuto dubbi».

Ritiene di essere oggi ricordato soprattutto per quei dodici secondi?

«Che piaccia o no è così. Per quelli e per l'argento dietro ad un altro marziano (Hinault, ndr) nel Mondiale di Sallanches, considerato il più duro della storia almeno fino al prossimo autunno. Tuttavia la gente forse dimentica che in carriera ho vinto 90 corse, tra le quali due Lombardia. Ci fosse stato dentro anche qualche Giro d'Italia, magari...invece ho fatto altri due podi ma la vittoria non è arrivata. La Corsa Rosa del '74 si decise sulle Tre Cime di Lavaredo e con quelle pendenze dodici secondi sono non più di una trentina di metri di distanza. Su 4mila chilometri!».

Sono anni, i primi da professionista, di grande rivalità con Francesco Moser. Che rapporti aveva con lui?

«All'epoca inesistenti. Moser non era molto corretto, ricordo che raccontava come io corressi per farlo perdere. Figuriamoci... Poi c'erano i suoi tifosi, che nelle salite dolomitiche, m'insultavano, mi sputavano. Il culmine fu al Giro del '77. Prima di una tappa una sua sostenitrice mi schiaffeggiò. Dopo il via avrei voluto menarlo, andai a cercarlo in gruppo con la pompa in mano. Allora i conti si regolavano così... Poi il tempo appiana tutto e a fine carriera sono stato anche suo compagno di squadra. Lo sono stato anche di Saronni, con il quale i rapporti erano più urbani. Adesso con entrambi mi sento in occasione delle festività. Li ho chiamati alla vigilia di Pasqua e ho trovato Checco come sempre indaffarato nella vigna».

L'altra grande occasione fu Sallanches 1980.

«Sì, ma quel giorno contro Hinault c'era ben poco da fare. Aveva preparato molto bene il Mondiale di casa. Vinse il Giro e si era ritirato al Tour quando era in maglia gialla, per un presunto dolore al ginocchio. Fece tutta la gara in testa, ad un ritmo insostenibile, mentre dietro il plotone si sgretolava ad ogni giro. Tentai di contrastarlo ma non ci riuscii. Ebbi un problema alla catena e qualche crampo ma non andai mai in affanno. Presi un argento che valeva molto in una corsa conclusa da soli 15 corridori. Hinault è stato il prototipo del ciclista moderno, per metodi di preparazione, allenamento, alimentazione. E quel dì era imprendibile».

A chi somiglia Baronchelli tra i corridori di oggi?

«Probabilmente a Nibali. Sono orgoglioso di aver rivinto il Lombardia a distanza di 9 anni e del record di sei successi al Giro dell'Appennino, una corsa di incredibile durezza. Il giorno più difficile invece sullo Stelvio, all'epilogo del Giro '75, quando persi un quarto d'ora. Il miglior compagno è stato Bitossi, gregario di straordinaria fedeltà».

Se lo ricorda dove vinse la prima corsa in assoluto?

«Ma certo. A Mantova. Ero ragazzino. E chi se lo dimentica più?»

Gian Paolo Grossi
 

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