La Torre della Gabbia come una vera star. La rassegna apre con l’omaggio alla città

Folla e applausi alla presentazione del documentario di Menegazzo. Visto il successo organizzata una seconda visione

MANTOVA. Sarà fantastico vedere dall’alto – a 360 gradi, a perdita d’occhio – la pianura al di là dei laghi fino alle montagne da una parte e dall’altra. E all’interno tutti, anche disabili e anziani, potranno ammirare gli affreschi salendo con un ascensore trasparente realizzato dagli ingegneri che progettano i giochi di Gardaland. Martedì pomeriggio, in apertura, il MantovaFilmFest è salito con la cinepresa su uno dei punti più vicini al cielo del centro storico della città, a 55 metri di altezza. La star è stata lei, in fase avanzata di ristrutturazione – due milioni di euro la spesa complessiva – a 700 anni compiuti da quando nacque all’epoca dei Bonacolsi e dopo il terremoto del 2012 che l’aveva menomata facendo crollare la scala e infliggendole crepe senza contare le rughe naturali dello scorrere del tempo: il film documentario “Torre della Gabbia” – regia di Graziano Menegazzo, da un'idea di Elena Froldi Paganini per “Cantieri Aperti” – è stato proiettato nell’auditorium Monteverdi del Conservatorio Campiani. Comoda in poltroncina, in piedi e poggiata alle pareti c’era tanta di quella gente che, dopo il rinfresco en plein air, il film ha avuto una seconda visione. Applauditissimo. Segno che la città riconosce l’antica torre come uno dei suoi simboli. «Entrare, salire, emozionarsi e innamorarsi di Mantova» ha detto il sindaco Palazzi nella prolusione. Poi il racconto visivo si è spiegato tra malte spalmate con delicate cazzuoline, stuccature in quota a mo’ di acido ialuronico per pelli e articolazioni da rimettere a nuovo, aperture di muri con sorpresa (graffiti di prigionieri ma anche prelibatezze d’arte), storie di fantasmi specializzati nel solleticarti il coppino, di gheppi (per inagibilità del nido la famigliola di rapaci ha dovuto traslocare – si spera in maniera non definitiva – in qualche anfratto degli alti muri della basilica di Sant’Andrea) e ovviamente del disgraziato borsaiolo che il duca Guglielmo Gonzaga rinchiuse per tre mesi nella gabbia – due metri la lunghezza, uno di larghezza e uno prima di toccare con la crapa il soffitto a sbarre – appositamente attrezzata per l’occasione nel 1576 a immagine del potere giustamente punitivo di chi comanda e come monito a comportarsi bene. Qualche dato tecnico, anche, ma soprattutto il panorama, il belvedere da vertigine che dovrà finire sulle nuove guide turistiche di Mantova, insieme alla cappellina bonacolsiana che sta dentro in bomboniera. Un capolavoro, insomma, da scalare senza fatica, per il quale la parola bellezza non è sprecata. —



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