Armi, giovani e morte nel reportage di Younge

L’inviato del Guardian Gary Younge porta al Festival un reportage unico quanto sconvolgente. “Un altro giorno di morte” (Add editore) è la storia di un giorno qualunque negli Stati Uniti, per la...

L’inviato del Guardian Gary Younge porta al Festival un reportage unico quanto sconvolgente. “Un altro giorno di morte” (Add editore) è la storia di un giorno qualunque negli Stati Uniti, per la precisione il 23 novembre del 2013, e delle vite interrotte di nove ragazzi e ragazze a causa di armi da fuoco. «I dati sono certi e le statistiche sono sconvolgenti al punto che si può prendere un giorno qualunque del calendario - racconta Younge intervistato da Francesco Costa - e non ci si sbaglia, anche se lo si sceglie nel futuro». Il dramma, però, ben evidenziato da Costa, è nella mentalità che porta a questi episodi. «Per un americano - continua Younge - non esiste un mondo senza armi. Libertà e armi vanno di pari passo, sono sinonimi. Quando ho intervistato i genitori delle vittime nessuno ha dato la colpa alle armi. Tutti hanno risposto che avevano messo in conto che il figlio poteva morire ucciso da armi da fuoco». Ancor più inquietante è la situazione se letta in chiave sociologica perché, spiega Younge, «è normale per i genitori americani, soprattutto neri, ma anche di bianchi appartenenti a classi sociali basse, incolparsi della morte dei figli. I benestanti sono più protetti e hanno molti più privilegi, oltre a strutture che tutelano i loro figli (dal dopo scuola ai luoghi di ritrovo). Ogni genitore tende a incolparsi della morte del figlio e cioè a credere di non essere un buon educatore. Il copione che tutti recitano, insomma, è quello di non essere in grado di difendere i propri figli». —

LUCA CREMONESI


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