Mantovani fedelissimi alla Fiera, anche nei tristi momenti di guerra

Il ricordo delle vecchie edizioni viste dal giornalista Renzo Dall'Ara: l'anno peggiore fu il 1943, restrizioni al traffico e suono dell'allarme antiaereo

CURTATONE. È Ferragosto e sembra proprio che i mantovani non possano fare a meno della Fiera delle Grazie, fedeli all’appuntamento del 15 anche in momenti difficili, come quelli della seconda guerra mondiale. Possiamo iniziare ovviamente dal 1940: il 10 giugno l’Italia era entrata in guerra, ma i fronti di combattimento erano ancora molto lontani, quindi si poteva dire che la vita scorresse ancora in una certa normalità.

La Gazzetta non c’era più, cancellata nel 1920 dal fascismo, ma “la Voce di Mantova” si divertiva a raccontare addirittura la fiera del 1890 con “cittadini, ufficiali e belle signore” che sfoggiavano “civettuoli costumi estivi”, arrivate in landò, mentre “i villici, scarpe in spalla e a piedi nudi”. In quel 15 agosto, invece, niente auto, una quantità di biciclette, imponente parco “di quadrupedi”, e 20 mila biglietti venduti del tram. Da notare che si apriva la caccia: carnieri scarsissimi in valle e consolazione con le quaglie.


Edizione 1941, il cronista riandava ai ricordi del 1895, “con i soliti padiglioni sul sagrato, trattorie, osti, acquaioli, cocomeri, imponente il bestiame” e “solo qualche borseggio”. Rientrato nell’attualità del ’41, badava ai “ciclisti in pantaloncini cachi”, alle “signorine pluridipinte con le scarpe a gondola”, ma vedeva i fedeli nel santuario “con lo sguardo fisso verso la Gran Madre Celeste”.

Caso raro, allora, metteva in fondo una sigla “ma.ca”, misteriosa ai più, non certo a quanti sono passati dopo per la Gazzetta: era Mario Cattafesta, giovanissimo.

In fondo ancora ripetitivi nel 1942: teoria di biciclette, venduti 40 mila biglietti del tram, fedeli in santuario. Ma in città, sul Te, era stato appena aperto il Villaggio del Soldato, per i militari (sala di lettura, docce) aperto al pubblico con attrazioni di spettacolo, musica e richiamava tanta gente.

Anno terribile il 1943, agitato per la caduta del fascismo, le restrizioni anche del traffico, “Ferragosto di guerra” titolava il giornale e ironizzava dopo “Ferragosto in cantina”, cioè rifugio antiaereo, già era suonato il primo allarme, coprifuoco dalle 22.30 alle 4.30, esercizi chiusi alle dieci di sera. Caldo soffocante, siccità, tuttavia pellegrinaggio ai riti dell’Assunta “di proporzione veramente imponente”. Quaranta giorni dopo, armistizio dell’8 settembre, occupazione tedesca, primo bombardamento aereo, già tragico: non era certo clima da Fiera, né il giornale faceva cenno delle devozioni in santuario per il 1944.

Finiva la guerra il 25 aprile e i mantovani subito avevano pronta la Fiera del 1945, nuovo giornale “Mantova libera”, il cronista rilevava una “affluenza oltre ogni ardita previsione” nel Santuario come fuori, nel raduno del bestiame (1500 cavalli, 350 bovini), nel sagrato occupato dalle bancarelle. Venduti 30 mila biglietti del tram, non certo ai 1200 zingari accampati in riva al lago. Insomma, quello dei mantovani è un rapporto continuo e assoluto. Alla prossima.


 

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