Mantova FilmFest, Rubio e Gere sulla Open Arms: «In mare non è una gita turistica»

Lo chef tv e l’attore: «Non m’interessa la star, ma l’uomo. E ha pagato tutto lui». «Non sono un buon samaritano, sono fatto così: c’è umanità nelle difficoltà»

Chef Rubio al Mantova FilmFest: entusiasta che le persone siano scese dalla Open Arms

MANTOVA. Chef Rubio infila la mano sotto la t-shirt: «Posso baciare il crocifisso anch’io?» dice fingendo di tirarlo fuori. Chiara la presa in giro del ministro dell’Interno. Siamo nell’auditorium Monteverdi del Conservatorio Campiani dove il 21 agosto Chef Rubio, insieme al direttore artistico del Mantova FilmFest Mimmo Calopresti, è venuto a presentare il cortometraggio Elias, regia di Brando Bartoleschi. Una storia d’amore tra il rom Elias e un cane. Da bambino Elias ha salvato il cagnolino da altri bambini rom che stavano lapidandolo. Le strade dei due si dividono: Elias diventa un criminale, l'animale un cane poliziotto. Tragicamente – ma proprio lì sta l’amore che li unisce – si incontrano durante una sparatoria.

Tre anni fa Chef Rubio ha fondato la casa di produzione cinematografica Tu.Ma.Ga, acronimo di una divinità maschile della guerra e anche della cucina dei Maori della Nuova Zelanda. Ex rugbista, cuoco, scrittore, personaggio tv sul canale Dmax con Unti e bisunti e altri programmi, Chef Rubio (Gabriele Rubini all’anagrafe di Frascati dov’è nato) è un menhir da un quintale abbondante e quasi un metro e 90 tatuato maori per 36 anni di vita avventurosa incrociata tra Italia, Nuova Zelanda, Canada e altri mille posti.

Pochi giorni fa è stato con Richard Gere sulla Open Arms al largo di Lampedusa. A Chef Rubio dell’attore Gere non gliene frega niente. Dell’essere umano sì. Oltretutto «ha pagato tutto lui: benzina, gommoni, cibo». Là in mezzo alle onde, tra rutti e vomito e altre schifezze – «viene fuori l’animale, non stavamo a fare una gita turistica» – che un cretinissimo bon ton impedisce di dire in maniera esplicita.

La narrazione delle tv è troppo spesso «balorda, non c’è mai la voce di chi sta nel dramma, ma il commento a volte pessimo, altre apprensivo dei giornalisti» dice Chef Rubio, aggiungendo di non sentirsi affatto «un buon samaritano» ma solo uno «fatto così», insomma uno che «sente una fortissima umanità nella difficoltà».

Tornando a Elias, Calopresti gli chiede da che parte sta: con i criminali o con le forze dell’ordine? «Sto nel mezzo, insieme» è la risposta, inaspettata. «Come se tutti fossimo uguali, anche se non lo siamo. Qualcosa che fa venire in mente il Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina, dove tutti, Cristo compreso, siamo nudi senza differenze tra noi. Certo, capita qualche volta, che chi dovrebbe tutelare ogni essere umano, non sempre lo fa. Senza contare quelle mamme che quando c’è un rom nella classe del proprio figlio, dicono: “Io quello nun ce lo vojo”. O il conducente del bus Atac, a Roma, che se alla fermata c’è il rom, non si ferma».

Perché questa sensibilità? Perché cercare di dare voce agli esclusi, ai diseredati, ai migranti? Da dove viene Chef Rubio, da che tipo di famiglia? La sua risposta: «Famiglia normale, in casa non è mai mancato niente». Ancora riguardo al cortometraggio Elias, Chef Rubio dice: «Cerco di coinvolgere le persone, quello che conta è fare passare il messaggio, conta più il percorso che il prodotto finale». Prodotto, finale o iniziale o che sta in mezzo, che a noi è sembrato degno di essere visto e ascoltato. Auditorium al completo. (Gi.S.)

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