Ad astra, un testo di fantascienza anomala per un racconto contemplativo

Brad Pitt nello spazio con una missione sino ai margini del sistema solare. La pellicola di Gray convince: un film girato con una sottigliezza encomiabile

MANTOVA. Il maggiore Roy McBride (Brad Pitt), lavorando ad altissima quota, precipita nel vuoto, ma con eccezionale presenza di spirito riesce a riequilibrarsi e ad aprire il paracadute. La percezione della caduta riassume la condizione della sua esistenza: la madre è morta, il leggendario padre è dato per disperso nello spazio profondo, la moglie lo ha abbandonato. A questo stato oggettivamente angosciante l’eroe contrappone l’autocontrollo o l’assenza di emozioni, il pragmatismo decisionale, e il sapere scientifico che l’ha forgiato. Astronauta perfetto, Roy viene scelto dalle alte sfere per un compito speciale: da Nettuno giungono delle radiazioni pericolosissime per le sorti della Terra, il maggiore deve spingersi sino ai margini del sistema solare e interromperne il “flusso”.

Si sospetta che la causa sia dovuta al reattore dell’astronave del padre di McBride, forse ancora in vita e uscito di senno. In tal caso, deve riportarlo a casa o sopprimerlo. Nel film precedente di James Gray, “Civiltà perduta” (2016), il cineasta americano, di fede ebraica, raccontava di un ufficiale britannico che inviato in missione in Amazzonia, in base al ritrovamento di alcuni reperti, veniva preso dall’ossessione di ritrovarne l’origine. Dedicando la vita alla ricerca di una città scomparsa, a più riprese si spingeva nella giungla profonda, sino a scomparire. Il padre di Mc Bride si comporta in modo analogo. Ciò che lo ha spinto nell’ignoto è la volontà di incontrare razze aliene. Il suo modello è Abramo, protagonista dell’inizio.


Mentre il padre sognava di aprire una nuova éra, e si è trasformato, a causa del reattore, in possibile sterminatore, il figlio si trova a rivivere “Cuore di tenebra” (o “Apocalypse Now”): Marlow contro il pazzo Kutz. “Ad Astra”, settimo film di Gray, coniuga il viaggio, e le sue diverse tappe, con la psicologia del personaggio, che è un militare tenuto a rispettare gli ordini, ed è anche un figlio che non conosce il genitore ma di cui sente di nutrire nostalgia. La missione di Roy è segreta, e deve sostare sulla Luna, e poi su Marte, prima di spingersi nel folle volo verso i limiti dell’universo esplorato.

Dapprima è scortato da un colonnello amico del padre (Sutherland), e anche sul satellite sono attivi i briganti di strada; e sul pianeta rosso, deve combattere per raggiungere il biblico padre (T. Lee Jones). Dal dialogo dei due, tra gli anelli di Nettuno, scaturisce l’epifania dell’esistenza, cioè la messa in parentesi delle illusioni, e la formulazione della massima “noi siamo ciò che abbiamo”, che implica l’accettazione dei propri limiti. Un film girato con una sottigliezza encomiabile. Un testo di fantascienza anomala, per un racconto contemplativo e solenne, introspettivo e filosofico.
 

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