Dalla tragedia alla commedia: Phoenix fa danzare Joker tra lo scherno e l’orrore

Nelle sale a Mantova "Joker" Regia di Todd Phillips, con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz. Usa 2019. Giudizio: ***1/2

MANTOVA. Arthur si sta truccando da clown, e una voce radiofonica sta gonfiando l’accumulo d’immondizie nella città di Gotham, e il proliferare di grossi ratti. Il preambolo è centrato sull’antitesi di alterazione dei tratti somatici in chiave gioiosa e ipertrofia degli scarti sociali con pericolo d’infezioni.

Di seguito si sviluppa sostituendo il secondo termine con la gratuità della violenza degli uomini. Il clown pubblicizza allegramente un prodotto tra il viavai delle persone quando provocato da un gruppo di ragazzi viene attirato in un vicolo dove pestato viene abbandonato svenuto con la schiena viola dai lividi. Ed è solo un capitolo, e non dei peggiori nella vita di Arthur Fleck (Joaquin Phoenix). Ed ecco la scheda del personaggio che il film di Todd Phillips ci propone.


Arthur vive con la madre Penny paralizzata in due stanze fatiscenti. Aspira a diventare un narratore di storielle e di barzellette, come il beniamino della televisione (Robert DeNiro). Ma è anche affetto da una risata patologica, propria di un soggetto cerebroleso, tant’è che viaggia in metropolitana con una diagnosi da mostrare ad eventuali malmostosi. Dialoga con un’assistente sociale che gli passa anche i medicinali. Veniamo a sapere che la madre ha trascorso molto tempo in manicomio, con la convinzione di aver concepito il figlio con un facoltoso datore di lavoro. E venne internata per gli abusi patiti dal bambino.

Gli incidenti si ripetono quando tre giovani ben vestiti lo prendono a calci in metropolitana, ma questa volta possiede una “38”, e spara, venendo individuato come il clown che uccide i ricchi. Rapidamente acquisisce una consapevolezza di sé nuova, sta trasformandosi in Joker, il mattacchione inaffidabile, il jolly, che compie l’inversione del tragico in commedia. Ovvero assume l’orrore e lo scherno degli abbienti come ciò contro cui si può aprire fuoco e ridere: un’allegoria scioccante premiata con il Leone d’oro a Venezia.

Ma “Joker” si regge sulle spalle di Phoenix, sul suo volto di un’espressività portentosa. Vogliamo dire che l’attore si mangia letteralmente il film, si trascina dietro la regia, che dà forse il meglio di se stessa, ma non ha la potenza di competere con la genialità dell’attore. Phoenix gli si sostituisce e crea numeri fantastici. Il volto senza trucco parla più di qualsiasi parola, la risata è insieme un rantolo di dolore, la camminata e ancor più le sue corse con braccia e gambe che vanno per conto loro riflettono la sua malattia, gli assassinii sono esecuzioni della malvagità, le danze capolavori di un altro mondo scovato nel musical: quella scalinata che ascende per tornare a casa, si metamorfosa in una coreografia fantastica per la sua discesa trionfale e vindice in televisione. L’ultimo sguardo è di un’ironia degna di Orson Welles.



 

 

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