Un quadro allarmante del nichilismo asiatico

“Burning” si ispira al racconto breve di Haruki Murakami “Granai incendiati”, ma ne ambienta la storia nella cittadina sudcoreana di Paju (al confine con il Nord, al 38° parallelo). Lo ha diretto Lee Chang-dong, famoso per “Poetry” (2010). Suo protagonista è Jongsu, un giovane fattorino aspirante scrittore. All’ingresso di un centro commerciale viene riconosciuto da Hae-mi, che in pagliaccetto attira i clienti con la lusinga di un orologio in sorteggio. I due cominciano a frequentarsi, e su iniziativa della fanciulla fanno all’amore.

Poco dopo, l’irrequieta Hae-mi parte per il Kalahari lasciandogli da accudire il suo gatto. Il racconto parte pensando, lo dichiara il regista, a John Cassavetes, cioè a una poetica che ricrea la realtà disinteressandosi dei codici cinematografici, dilatando i tempi, senza che succeda granchè esteriormente, ma fissandosi sul volto contratto di Jongsu. Viene da ipotizzare che il visibile sia la traduzione di un progetto narrativo con cui il giovane cerca di esprimere lo stato d’animo di figlio indigente, abbandonato dalla madre in urto con l’odioso padre che soggiorna regolarmente in prigione. Ma su chi accanirsi? Ecco che dalla terra dei Boscimani fa ritorno Hae-mi in compagnia di Ben, che alla guida di una Porsche viene preso per un Gatsby.


Il ricco convive con la bella ragazza in un quartiere di lusso, e lo scrittore non lo frequenterebbe se non fosse per Hae-mi che ricorda o s’inventa d’essere caduta da bambina in un pozzo e d’essere stata salvata da lui. Jongsu dichiara al rivale di amarla, nella straordinaria scena in cui sulle note della tromba di Miles Davis (“Generique”), Hae-mi danza, al crepuscolo, per i due ragazzi. La fanciulla è incantevole, e le movenze struggenti da colomba che spicca il volo, ne prefigurano la scomparsa. Noi non sapremo che cosa è capitato alla ragazza. Jongsu si trasforma in detective, sorveglia le serre che Ben vorrebbe dare alle fiamme gratuitamente, raccoglie indizi e sospetta il rivale. Che dall’invidia sociale o dalla gelosia d’amore, la sua azione faccia scaturire una rabbia reale o la sollecitazione a decantarla sulla pagina scritta, non ha importanza. Risulta notevole il saggio di stile della regia. Concertando l’impassibilità dei soggetti, e l’oscurità sui moventi dell’azione, con il frustrante risentimento e le perversioni della noia, Lee Chang-dong sviluppa con rara sapienza un quadro allarmante del nichilismo asiatico. —

A.C.



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