Tokarczuk e Handke Un doppio Nobel per la letteratura

Premio alla scrittrice polacca ospite del Festival nel 2012 L’austriaco autore del celebre “Prima del calcio di rigore”

Poetessa, scrittrice, attivista, la polacca Olga Tokarczuk è una narratrice in movimento. Ha fatto dell’«andare al di là dei confini» una «forma di vita» come dice la motivazione dell’Accademia di Svezia che le ha assegnato il Premio Nobel per la Letteratura 2018. Una passione che alimenta la sua scrittura fin dall’esordio narrativo nel 1993 con “Il viaggio del popolo del libro” (1993) in cui racconta un percorso rocambolesco, nella Francia del Seicento, per recuperare un libro magico. Tradotta in trenta lingue, in Italia si è imposta all’attenzione con il romanzo con cui ha vinto, prima polacca, l’International Man Booker Prize 2018, “I Vagabondi”, pubblicato da Bompiani.

Originaria di Sulechów, nella Polonia occidentale, dove è nata nel 1962, la Tokarczuk, 57 anni, militante di sinistra e femminista, ha esordito come poetessa nel 1989 e ha potuto lasciare il suo Paese a 30 anni, quando ha avuto il passaporto. Anche se nel mondo globalizzato le cose sono cambiate e se oggi dovesse scrivere “I Vagabondi” sarebbe «un libro molto più cupo di quanto già non sia». Per la prima volta arriverà in Italia nel 2021, annuncia Bompiani, il monumentale “I libri di Jakob” del 2014, ambientato nella Polonia del XVIII secolo. La scrittrice (ospite a Mantova del Festivaletteratura nel 2012) ha avuto la notizia del Nobel in Germania, mentre era alla guida della sua automobile. E quando è venuta in Italia per la promozione de “I Vagabondi”aveva guidato per due giorni dalla Polonia a Roma.


Figura intellettualmente irrequieta, Peter Handke (nato in Carinzia nel 1942), a 19 anni cominciò a conquistare notorietà da autore teatrale con un testo che proponeva, come annunciato sin dal titolo, “Insulti al pubblico” (1961), poi, come narratore conquistò tutti con un libro tenero e scioccante, forse il suo capolavoro, “Infelicità senza desideri” (1972), in cui raccontava il suicidio della madre con un’ottica al femminile e di essere stato adottato dal suo compagno tedesco Handke, mentre lui avrebbe conosciuto il padre solo da adulto, giudicandolo ignobile per la partecipazione al nazismo. Scandalo ha poi fatto sempre la sua aperta posizione filoserba (vivendo male la disintegrazione della ex Jugoslavia anche in memoria della madre di origini slave), culminata col suo denunciare nel 1999 i bombardamenti Nato che lo fecero schierare con Milosevic, anche se sostiene di essere stato spinto solo dalla tragedia della popolazione.

Eppure, a contrasto con questo suo spirito aspro e anticonformista, lo scrittore, ieri insignito del Premio Nobel per la Letteratura 2019 (che nel 2014 aveva auspicato venisse abolito), ha sempre ribadito di non aver alcun interesse per le catastrofi del mondo d’oggi: «Io faccio libri contro la storia. L’unica catastrofe che voglio rappresentare è la mia». Ecco allora la ricerca di una visione profonda, d’ordine complessivo universale, pur restando la mancanza di senso e comunque la necessità di cercarne sempre uno, sapendo che ogni piccolo traguardo non è mai definitivo delle sue opere: dal celebre “Prima del calcio di rigore” (divenuto film di Wim Wenders come poi “Il cielo sopra Berlino”) a “Saggio sul cercatore di funghi”, sino al poemetto “Sulla durata”. Il libro è pubblicato da Einaudi, l’editore italiano di molti suoi testi assieme a Guanda, che annuncia per il 2020 l’uscita di “La ladra di frutta”).

Da 25 anni almeno vive in Francia, a Chaville sul limitare di un bosco, dove risiede la figlia Amina. Nel 2014 ha avuto il premio Franz Kafka e poi il Premio Ibsen, i cui 300mila euro ha devoluto all’aiuto dei bambini serbi orfani della guerra. In Italia, nel 2016, ebbe invece il premio Scanno, che volle dividere a metà con i terremotati del 24 agosto. —

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