“The Irishman”, Scorsese firma un capolavoro di storia americana

Mezzo secolo di conflitti mafiosi per i controlli dei mercati e della politica 

MANTOVA. Martin Scorsese racconta l’esistenza criminale di Frank Sheeran (Robert DeNiro), l’irlandese del titolo, a partire dagli anni ’50, quando camionista conosce a una stazione di servizio Russ Bufalino (Joe Pesci), un pezzo da novanta di Cosa Nostra, che aiutandolo a far ripartire il mezzo, lo mette sotto la sua protezione e lo utilizza come sicario per tutta la vita. E poi vengono gli anni di carcere e la lunga solitudine in una casa per gli anziani.

Intanto l’impareggiabile cineasta italoamericano fa scorrere mezzo secolo di conflitti mafiosi per i controlli dei mercati, la fondazione di Las Vegas, i sostegni ai candidati presidenziali (Kennedy e Nixon), il trasporto di armi per l’invasione di Cuba alla Baia dei Porci, l’assassinio del presidente e il lungo tormentone attorno a Jimmy Hoffa (Al Pacino), fondatore del potentissimo sindacato dei camionisti, che con Bufalino è l’altro mentore dell’Irlandese. Un film potentissimo, uno sguardo terribile sulle mafie d’America, assassinii, esplosioni, corruzioni di prammatica, nessun legame solido, solo il business e con esso il tradimento (il gran tema del film), e nessun pentimento.


Tra le numerose infamie, trovano posto battute di umorismo nero, e per controcanto ironico scorre un gran numero di canzoni mielate, tutti i successi che hanno costellato i decenni intermedi.

Un fluire di atmosfere “sentimentaloidi” per un mondo che si uccide per denaro e potere, e se non è crivellato dai proiettili, invecchia, ingrassa, imbolsisce. A differenza di John Ford che affidava a Stewart e a Wayne, sessantenni, ruoli da ventenni, imponendoci di crederli giovani, Scorsese non vuole mascherare l’usura del tempo nei corpi gonfi di alcool, fa della decadenza fisica (i volti appena ritoccati) l’immagine di gente che pur fresca all’anagrafe del film, si mostra moralmente decrepita.

Nella gran galleria di comprimari laidi dalla stazza enorme, si staglia l’Irlandese di De Niro, diviso tra l’italiano di Pesci, cui riferisce ogni particolare dei suoi complicati rapporti, come in confessionale, e il tedesco di Pacino, verso cui si sente particolarmente affezionato.

Ai loro desideri agisce con impassibile ferocia, fino al momento in cui dovrà rassegnarsi a compiere una scelta. Le espressioni dolenti, ingrugnate, e il tono di voce, memorabili in De Niro, si scontrano con la risolutezza dell’azione. Altrettanto pregevole, se non più spettacolare, per l’istrionismo che gli viene richiesto, è Al Pacino, quando parla ai camionisti o convince l’irlandese a candidarsi per un seggio sindacale, ed è seducente quando volteggia sulla pista con sua figlia Peggy (Anna Paquin).

I 209 minuti del film sono governati da Scorsese, gran narratore, inesauribile nel trascendere il manierismo e nell’innovare le poetiche.

Dal lavoro sul corpo e sul volto dei due eccezionali interpreti trae duetti da antologia.

 

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