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Comprato all’asta per 120mila euro il ducatone d’argento di Francesco Gonzaga

Segreta l’identità dell’acquirente che ora vorrebbe regalarlo alla Fondazione Bam. Della moneta esistono soltanto due esemplari: l’altro è custodito in Austria

MANTOVA. La sua passione sono le monete rinascimentali, oltre agli aurei e ai sesterzi romani. Ovviamente tutto deve essere di estrema rarità, perfetta fattura e ottima conservazione. È il collezionista che all’asta Nomisma di San Marino ha sborsato 120mila euro, portando a casa il ducatone d’argento coniato a Castiglione delle Stiviere da Francesco Gonzaga (è suo il profilo sul dritto della moneta), peso 31,57 grammi, indicato R5. La R indica la rarità. Quando di R ce ne sono 5, il massimo, significa che in giro per il mondo di esemplari ce ne sono non più di tre.

Nel nostro caso due: quello di cui stiamo parlando, mentre l’altro si trova al Münzkabinett, il Gabinetto numismatico di Vienna, al Kunsthistorisches Museum. Ma il ducatone viennese è di qualità inferiore perché la data non si legge. Sull’esemplare comprato a San Marino invece sì: 1595. Risolto anche un altro mistero. Sul rovescio della moneta si credeva ci fosse scritto “In Hectore Troia”. Invece nel nostro esemplare si legge perfettamente “In pectore Troia”. Significa che «il giovane principe di Castiglione (Francesco Gonzaga, 18enne nel 1595) bramava le più mirabili imprese di guerra» dice Damiano Cappellari, studioso veronese autore del libro “Alla scoperta del conte Alessandro Magnaguti” edito recentemente da Il Rio.


Cappellari riferisce che il conte, proprietario di una splendida collezione di monete mantovane e gonzaghesche (ora della Fondazione Bam) non era riuscito a possedere il ducatone. Nella sua opera monumentale “Ex Nummis Historia” dovette accontentarsi di descrivere l’esemplare del Kunsthistorisches Museum, azzeccando “In pectore Troia” sul «tallero con mezzo busto corazzato e al rovescio una figura di donna armata in mezzo a mucchi d’armi».

Cappellari prosegue: «Il re d’Italia Vittorio Emanuele III, sommo numismatico, nel suo “Corpus Nummorum Italicorum” aveva fatto cilecca mettendo “In Ectore Troia”. Così il numismatico Mario Traina, sbagliando pure lui, aveva optato per “In Hectore Troia”, basando tutto su un verso delle “Elegie” di Massimiano. Invece il numismatico Lorenzo Bellesia, confermando “In pectore Troia”, chiamava in causa l’“Achilleide” di Stazio, tanto che anche la figura sul rovescio sarebbe Achille in abiti femminili… ».

Al di là di questi bisticci interpretativi – felicemente risolti – la moneta è preziosissima, nel quadro numismatico dei Gonzaga e in quello italiano della fine del ’500. Come si chiama il fortunato collezionista che si è aggiudicato il ducatone d’argento? Massimo riserbo. Desidera restare anonimo. È italiano, di più non vuol far sapere. La moneta parla per lui. E per lui parla anche Cappellari: «Il ducatone di Francesco Gonzaga – dice – forse tornerà gratis a Mantova per unirsi alla Collezione Magnaguti».

Quando, come? Cappellari non si sbottona. Certo l’anonimo collezionista – che, come il conte Magnaguti, sverna al 5 stelle Hotel Hassler di Roma – ventila l’ipotesi di donare questo «gioiello mancante nella collezione Magnaguti della Banca agricola mantovana». Magari insieme ad altri due pezzi rarissimi: il tallero d’argento di Vincenzo I Gonzaga e una moneta di Carlo Gonzaga Nevers.

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