1917, la pausa lirica prima del massacro: un’immersione nella barbarie

Il lavoro di Sam Mendes fa immedesimare lo spettatore nei protagonisti. L’assenza di stacchi amplifica l’angoscia dei due amici in lotta per la vita 

MANTOVA. Il film “1917” ci porta sul fronte occidentale della Prima Guerra Mondiale, in Francia, nei pressi del fiume Somme. I tedeschi hanno abbandonato la linea Hindenburg, facendo credere di volersi ritirare. Gli inglesi si preparano alla controffensiva lanciando sul campo milleseicento uomini, ma ignorano di cadere in una trappola. I ricognitori aerei lo hanno scoperto e un generale, non avendo altro mezzo per avvertire il colonnello del suo reggimento, impone a due ragazzi di attraversare le linee nemiche, una missione suicida. Motiva ulteriormente il caporale Blake, rivelando che suo fratello è tra i tenenti che guidano la prima ondata dei giovani del Devonshire. L’episodio pare sia stato raccontato a Sam Mendes, regista sceneggiatore e produttore del film, dal nonno decorato a 19 anni per un’analoga azione in Belgio.

La regia lo rievoca, dandogli la forma apparente di un solo piano sequenza. Cioè di un’ininterrotta continuità, senza stacchi, con la camera posta su un carrello che corre ora alle loro spalle, ora davanti, ora lateralmente. Un esercizio tecnico virtuosistico, per l’intera durata del film, allo scopo di intensificare l’ansia, l’angoscia, i tremori dei due amici in lotta per la vita. La loro storia comincia il 6 aprile, sotto un albero, un giorno d’aprile senza sole (la luce è di Roger Deakins); sono chiamati al cospetto del generale, e subito sono avviati alla trincea che devono percorrere per un lungo tratto, prima di risalire sulla “terra di nessuno”, e agli sbarramenti del filo spinato.


I due ragazzi procedono di comune accordo, alternandosi nell’apripista. Avanzano nella vasta piana sconvolta dalle cannonate, tra crateri d’acqua e ratti in quantità, sino alla trincea tedesca, effettivamente abbandonata, e molto meglio organizzata, e con letti a castello sotterranei, ma con insidie alla dinamite che provocano un finimondo. E via così, tra le fiamme di un aereo, macerie e cadaveri, ponti abbattuti e un villaggio spettrale, e proiettili che sibilano, e nemici fantasma che si materializzano all’improvviso. La memoria corre a Spielberg, e al suo “Salvate il soldato Ryan”; una battuta dell’ufficiale di Mark Strong sembra prelevata da “Uomini contro” di Rosi; improponibile ogni confronto con Stanley Kubrick, e il suo eccezionale “Orizzonti di gloria”. L’effetto immersione totale funziona: siamo emozionati e temiamo per loro. Amicizia e fratellanza sono i soli valori emergenti e agiscono da imperativo categorico che non conosce ostacoli di sorta.

Ad un tratto una voce intona “Wayfaring Stranger”, una pausa lirica, prima dello spargimento di sangue. Morale dell’ottimo film: “Vince chi sopravvive”. La guerra è solo barbarie. 


 

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