La ricetta di Moresco: «Dobbiamo trasformare il male in un’occasione per diventare migliori»

Lo scrittore tornato per qualche giorno nella sua città natale osserva: «Bisogna tirare fuori la forza da noi stessi» 

Da Milano Antonio Moresco è tornato per qualche giorno nella sua città natale. Mantova, dove ha vissuto fino a vent’ anni. Più bella di come la ricordava: «Bella, bellissima, sorprendente, un unicum. Quando ero bambino e ragazzo mi guardavo poco attorno».

Moresco parla il dialetto, «l’unica lingua straniera che conosco» dice. Ma forse è la sua lingua madre e l’italiano è la straniera che gli serve per scrivere i romanzi. Ascolta, ausculta il dialetto. «Colgo l’elemento gattesco, miagòlico» dice inventando il neologismo. È quel miagolio, specie delle signore «che se la contano» a distanza ravvicinata, a tiro di gocciolina orale, incuranti del coronavirus e di altri malanni. Certamente questo è l’argomento dominante. Ma ora, al tavolino del bar di fronte a Sant’Andrea, all’aperto in un pomeriggio di sole, parliamo di letteratura e arte, e di cinema. C’è anche Jonny Costantino, il regista del film La lucina, tratto dal romanzo di Moresco. Jonny ha in cantiere Don Chisciotte, sempre con Moresco interprete, film ad alto budget: «C’è già la sceneggiatura e stiamo dialogando con un importante produttore» dice.


Al bar rispettiamo le distanze sanitarie, più o meno. Per qualche motivo parliamo di Charles Dickens, autore di grandi romanzi come Il Circolo Pickwick, David Copperfield e Casa desolata… Ecco il motivo: la casa dove abitava Moresco, in via Solferino, è abbandonata, desolata. Accanto c’era la Casa di cura San Clemente, dove è nato nel 1947. Poco più di un secolo prima, nel 1844, Dickens visitò Mantova e andò a palazzo Te, la sala dei Giganti gli fece quasi orrore. I Giganti, per Dickens «brutti e grotteschi», per Moresco sono «hollywoodiani», non gli piacciono.

Nel libricino La mia città (edito da Nottetempo nel 2018) Moresco racconta di quando da ragazzo faceva sgric (marinava la scuola) nascondendosi a palazzo Ducale dentro la Camera degli Sposi, preferita.

Ai tempi di Mantegna e di Giulio Romano circolava la peste. Ecco un passo tratto dalla “piccola nota a margine di una piccola peste”: il testo di Moresco - intitolato Fortezza - è stato pubblicato il 5 marzo da Jonny Costantino nella rubrica Emergenza di specie sul sito www.ilprimoamore.com.

Moresco scrive: «In questi giorni di coronavirus, mentre cammino di notte nella mia città natale completamente deserta come per un coprifuoco, mi viene in mente di tanto in tanto una parola che non si usa più da tempo».

La parola è “fortezza”: «non è uguale a “forza” - prosegue Moresco - ma se mai rimanda alla parola latina “fortitudo” che mi pare indicasse addirittura una virtù, come “temperanza” e altre parole che sono state disattivate». In altre parole abbiamo disattivato la virtù della fortezza.

Dai giganti passiamo a degli «esserini immensamente piccoli», così li definisce Moresco. Gli esserini sono i virus. E piccoli diventiamo anche noi esseri umani.

«Il pericolo - insiste lo scrittore - è di essere infantilizzati: “ci prendiamo cura di te, noi ti curiamo”, i medici diventano come dei papà e delle mamme. Gli antichi non avevano le nostre illusioni, sapevano che nella vita avvengono dei corpo a corpo, la guerra. Ora il corpo a corpo e dentro di noi, invisibile, democratico, un cancherino che non guarda chi è ricco e chi è povero. Bisogna tirare fuori la forza da noi stessi: è un controvirus che ci fa affrontare la sfida, con la coscienza che non siamo invincibili. Non è vittoria vivere come vermi terrorizzati. Bisogna trasformare il male in un’occasione per diventare migliori».

Ci alziamo dal tavolino e andiamo in piazza Leon Battista Alberti a vedere la targa sul muro del vecchio albergo Leon d’Oro, che ricorda Dickens a Mantova.

Poi un giro per le vie della città. —

Gilberto Scuderi

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