Quel busto di moro arrivato da Mirandola: alla scoperta dei tesori del Ducale

Il gioiello nel Settecento fu collocato nella galleria dei Fiumi. Lo portarono gli Asburgo e proviene dalla residenza dei Pico

MANTOVA. La fatale esplosione del cinquecentesco torrione di Mirandola, l’11 giugno 1714, fu la causa o forse il pretesto perché gli Asburgo decidessero di trasportare nel 1716 dipinti, arazzi, sculture, mobili e arredi, della residenza dei Pico al Palazzo Ducale di Mantova - luogo eletto a residenza ufficiale del governo austriaco. Degli arazzi si perse ogni traccia già nel Settecento, ma dell’opulenza dei Pico qualcosa rimane: alcuni arredi e molti dipinti sono ancora conservati nella dimora che fu dei Gonzaga. Sono abbastanza noti i numerosi ritratti della famiglia Pico dipinti da un artista veneziano, Sante Peranda, autore anche di un ciclo dedicato alle Storie di Amore e Psiche e di grandi tele allegoriche con le Età del Mondo.

Sono state invece rintracciate solo nove sculture provenienti da Mirandola e ancora oggi conservate nel museo mantovano: due busti del famoso scultore romano Lorenzo Ottoni (del 1689 circa), con i ritratti di Maria Cybo Pico e Anna Beatrice d’Este Pico; sei statuette tardo-seicentesche firmate da un misterioso “ANDRE B”, rappresentanti Allegorie; infine, un busto di moro realizzato con pietra di paragone - il volto - e con intarsi di vari marmi preziosi, sulla veste che copre il busto. Questo gioiello, così inconsueto, fu collocato negli anni Settanta del Settecento sopra una mostra di porta inserita al centro della galleria dei Fiumi: posto a circa tre metri dal suolo, passa spesso inosservato. Le corone intarsiate sulla veste connotano il moro come un personaggio di rilievo e i tratti marcati, il leggero strabismo (voluto?) e il sorriso asimmetrico, sembrano rispondere a intenti realistici. Tra i marmi adoperati per adornare la veste ci sono pietre preziose come la breccia gialla, il verde antico, il rosso antico, diaspri; i blu sono lapislazzuli e alcune parti - la cinta e la falda della berretta - sono in bronzo dorato; la sclera dell’occhio è di madreperla, i denti di avorio (e mostrarli non è cosa così comune, in una scultura antica). La fattura spumeggiante del “fiocco” al collo del personaggio, ci permette di datare il busto a fine Seicento e ipotizzare una produzione romana, ma al momento non mi spingerei oltre nell’analisi stilistica. Non si conoscono sculture rinascimentali di “mori” e anche quelle di epoca barocca sono davvero molto rare; di solito si tratta di busti realizzati in marmi policromi, opere quindi di grande fasto, in cui l’attenzione all’elemento esotico è la scusa per indugiare su inconsuete fattezze, sull’abbigliamento e sulla preziosità dei materiali impiegati. Alla fine del Cinquecento, like a rich jewel in an Ethiop’s ear è il paragone che Romeo usa per descrivere la bellezza di Giulietta (W. Shakespeare, The Tragedy of Romeo and Juliet: I, 5, 43-44), per il nitido contrasto cromatico; lo stesso contrasto che offrono il nero di paragone del volto e l’alabastro della veste di foggia occidentale.

Di norma, i busti di “mori” non vanno oltre la generica rappresentazione etnica, come lo splendido busto scolpito da John Nost e conservato nelle collezioni reali inglesi, ad Hampton Court. Sono rarissimi, si contano sulle dita di una mano, i busti (ma anche i dipinti) raffiguranti re o notabili africani. Il più noto è il ritratto di Antonio “Nigrita”, uno sfortunato ambasciatore congolese morto a Roma nel 1608 e ritratto da morto, nello stesso anno, da Francesco Caporale, in un busto che dal 1629 si conserva nel battistero di Santa Maria Maggiore a Roma. Se si scoprisse chi è rappresentato nel busto mantovano, probabilmente questo guadagnerebbe la fama che in realtà merita anche solo per la notevole qualità del modellato e per la finezza dei dettagli.

Chi è dunque il nostro Otello? Potrebbe essere Aniaba o Annaba principe d’Assinia, una regione della Costa d’Avorio? Egli fu accolto alla fine del Seicento a Parigi, alla corte di re Luigi XIV, e lì fu battezzato Louis-Jean. Non saprei davvero spiegarmi il perché della presenza di un suo busto a Mirandola e poi a Mantova, ma l’ipotesi è abbastanza suggestiva da meritare almeno d’essere presa in esame.
 

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