La morte di Nicolini: il romanzo del migliore che ora è in compagnia di formidabili scrittori

Il ricordo di Stefano Scansani: quando usciva dall’ospedale godeva di una risurrezione. A lui dobbiamo larga parte della fortuna di Mantova

MANTOVA. Capiamoci: il romanzo di Luca Nicolini comincia con il suo epilogo. Con il senso del lutto, uno dei più gravi che possano capitare a una comunità, per la morte di un cittadino che è stato riferimento intellettuale e azione culturale. Cultura pensata, cultura realizzata.

Questa coincidenza è rarissima. È come una penisola in pianura, come Mantova. Era Mantova.



Ci ha pensato lui, Nicolini il libraio, l’uomo politico (chi opera cultura fa politica alta, il contrario di quella roba rudimentale e analfabeta che ci circonda).

Ci ha pensato lui, cittadino dei valori, a non farsi vanto dei suoi talenti.

Da ciò, dalla sobrietà e dalla coerenza, sono motivati la straordinaria vita di Festivaletteratura, gli inviti a Nicolini a candidarsi a sindaco o a fare l’assessore. Si svela, ora, anche quell’esperienza di vuoto e immediata solitudine che non trova ragione neanche fisica per la morte di lui.

È uno dei casi in cui vige l’improbabilità della morte e dove vaga la domanda di dove può essere andata a risiedere quell’intelligenza. Dove?

Nella città nostra, signori. Nella vita nostra.

Nel settembre che verrà.

Il suo romanzo comincia con l’epilogo. In questi ultimi mesi di visite e messaggi, Nicolini mi confidava che ad ogni suo avanti e indietro dall’ospedale godeva di una rinascita, di una risurrezione.

Tornava a casa con i pallori e le stanchezze della malattia, e così ogni volta andava alla riconquista dei sensi, delle speranze, delle letture. Ogni ritorno alla vita era un mondo nuovo.

Nicolini era l’uomo delle riemersioni.

Il suo luogo prediletto era nel piano interrato, libreria Nautilus, piazza 80° Fanteria. Sotto.

E neanche subito lì, ma alla fine delle due rampe di scale, dove s’incrociano gli odori di colla, carta e inchiostri contemporanei. Le fragranze dei libri freschi. Nicolini stava ancor più in profondità, oltre la saletta delle presentazioni, al di là degli scaffali della saggistica. Era nel magazzino, davanti al computer, e dava le spalle a chi bussava ed entrava.

Era in fondo ai libri.

Tra la coperta e la sovraccoperta, i risvolti e l’indice, non lo so. Ma Nicolini riemergeva dalla complessa amministrazione degli ordini di titoli, rese, incontri con i rappresentanti degli editori. Riemergeva, e da libraio evolveva in artefice di eventi. Con la squadra di Festivaletteratura detiene il primato: l’anno scorso le cinque giornate hanno contato 122.500 presenze, in un’Italia dove 6 persone su 10 leggono nemmeno un libro all’anno.

Tra l’anno scorso e questi lividi mesi del 2020 se ne sono andati Andrea Camilleri, Toni Morrison, Vittorio Zucconi, Giampaolo Pansa, Vittorio Gregotti, Gianni Mura, Alberto Arbasino, Luis Sepúlveda, Maj Sjöwall, tutti ospiti di Festivaletteratura.

Lui, Nicolini, il credente, ci direbbe che ora è in formidabile compagnia.

Ho scritto che egli rappresentava la cultura che si fa politica alta. Nicolini infatti è appartenuto a un’aristocrazia intellettuale sociale, sempre più rara e così indispensabile, formatrice di donne e uomini.

“Migliori”, sempre troppo pochi, spesso volontari appassionati, grazie ai quali trapela questa Mantova perennemente in bilico fra la ruralità e l’Età di Pericle, la palude e il mondo, il ponte di San Giorgio e Manhattan. Torno in terra: a chi dobbiamo larga parte della fortuna e dell’identità della città contemporanea? Non lo dico, voi non svelatelo, perché è proprio l’esito del romanzo di Luca Nicolini. —


 

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