“Estate di morte” a Varsavia nel solco amaro di Kieslowski

In onda su Netflix la seria tratta dal romanzo “The Stranger”. A margine di vari delitti va in scena il disincanto dell’esistenza  

MANTOVA. Estate di morte.“The Woods”, miniserie polacca in sei capitoli, su Netflix rititolata “Estate di morte”, nasce da un romanzo di Harlan Coblen, lo stesso scrittore di “The Stranger”. L’hanno realizzata Leszek Dawid e interpretata due coppie di attori valentissimi e di gradevole aspetto. Insieme sanno restituire il disincanto dell’esistenza, a lato di vari delitti. Pur annunciandosi in modo poetico, la storia presto si avvilisce: la società magra e avara la soffoca con livore razzista e varia prepotenza, e compromessi di rassegnazione all’economico. A Varsavia ai giorni nostri, Pawel (G. Damiecki), un procuratore vedovo con una figlia ancora piccola, viene invitato a riconoscere un cadavere che conservava fotografie e ritagli di giornale che lo riguardano. Al momento non lo riconosce, ma poi, da una cicatrice sul braccio, si ricorda di Artur, il figlio dell’inserviente del campeggio scolastico in cui, 25 anni prima, si era verificata la tragedia che ha segnato la vita di quattro e più famiglie, compresa la sua.

Artur e Kamila, sua sorella, erano scomparsi, altri due amici ritrovati cadaveri nel bosco. Contro il preside si era accanita la canea antisemita dei genitori e del quartiere cittadino. Di qui il doppio registro temporale della vicenda, il presente e il passato richiamato dalla memoria, che si alternano sullo schermo; altre faccende interferiscono con quelle remote aggiungendo altre inquietudini per l’uomo già provato dalla vedovanza. Come nel 1994, era stato sospettato dei delitti da un commissario di polizia, altrettanto nel 2019 viene ritenuto l’assassino del vecchio amico. Come non bastasse, si trova perseguitato in molti modi da un famoso reporter, padre di uno stupratore che il procuratore cerca di condannare.


Unico conforto, oltre la figlia, la riapparizione di Laura (Agnieszka Grochowska), la ragazza di cui era innamorato al campeggio. A parte gli indizi che si accumulano contro Pawel, e che lo spettatore ritiene infondati nel ricordo di Hitchcock, il fascino e l’interesse della miniserie polacca consistono nel creare un’atmosfera di amarezza quotidiana che ricorda i toni di mestizia di Kieslowski.

La storia dell’amore giovane, che sembra più forte dell’antisemitismo, ha la freschezza dell’età e la melanconia dei sentimenti che le circostanze troncheranno (da segnalare il talentuoso H. Milkowski). Venticinque anni dopo quell’attaccamento sembra rinnovarsi in Laura che, docente di letteratura sposata con l’anziano rettore, vuol assecondare le ricerche dell’amico. Intorno ai due si spargono spionaggio domestico, distorsioni e ricatti. Nei due capitoli finali, giungono l’una dopo l’altra le soluzioni, e anche gli ultimi spari confermano le delusioni di una vita richiedendo altre rinunce. Come se la regia non volesse staccarsi dai suoi personaggi, e risarcirli con dichiarazioni assolute («ti ho pensato ogni giorno della mia vita»), moltiplica i finali, li riaccompagna nel bosco del breve sogno, specchiandosi nell’abbandono del vecchio campeggio. 

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