In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni

Mantova in lockdown per la peste alle origini della tragedia di Romeo

Fase 2 tra storia e letteratura. In una novella del 1554: bloccata in città la lettera che doveva salvare gli amanti. E nel sottoportico dei Lattonai il giovane Montecchi trovò il veleno per uccidersi

Gilberto Scuderi
2 minuti di lettura

MANTOVA. Morbida pestis. Così scrive Teofilo Folengo nel “Baldus”, anno 1517. Morbida nel senso di morbosa, peste epidemica nella Fase 1. Folengo annota maccheronicamente una cinquantina di malattie, allora spesso mortali. Non come adesso che ce n’è una sola, nella Fase 3 e in attesa di vaccino. Tra gli «omne malorum» spiccavano il mazzuccus (mal di testa, sinonimo di peste), il cancar (si capisce cos’è) e il franzosus (mal francese, sifilide). Ad affliggere l’umanità c’erano anche varolae (vaiolo), scroffa (scrofola), galtones (orecchioni), lepra (lebbra) e - fantastico - le tardae pedanea (i piedi piatti, non letali). Comunque anche in tempi grami si sdrammatizzava ridendoci un po’ sopra.

Non sappiamo invece se ridere o piangere a leggere le “Considerationi sopra l’olio di scorpioni dell’eccellentissimo Matthioli”, scritte da Antonio Bertioli, speziale ducale con farmacia a Mantova. Il libro, edito in città da Francesco Osanna nel 1585, indicava la ricetta corretta di questo antidoto “usatissimo e nobilissimo” che si sperava efficace contro una grande quantità di mali: febbre, sordità, tremori, spasmi, emorroidi, asma, tosse, vermi, sciatica, gotta, paralisi, ferite, persino l’indebolimento della memoria e naturalmente la peste. Peccato che Pietro Andrea Mattioli, l’inventore dell’olio di scorpione, morì proprio di peste a Trento nel 1578. Fu comunque un grande medico del ’500.

Niente a che vedere con il mullah iraniano che a inizio Covid ha versato nelle orecchie dei contagiati dell’olio di cetriolo, senza esiti terapeutici, anzi uno dei malati morì. Le case farmaceutiche erano gli speziali, come quello - si dice con bottega nel Sottoportico dei Lattonai a Mantova - da cui andò Romeo a comprare il veleno per uccidersi. Insopportabile il dolore per la morte di Giulietta, che invece aveva bevuto un narcotico che la faceva sembrare morta. Tra le piazze Erbe e Broletto, il Sottoportico è recente rispetto ai tempi della tragedia (comunque anche la casa di Giulietta a Verona è un’invenzione, che fa soldi a palate). La tragedia “Romeo e Giulietta” fu composta da Shakespeare nel 1594-96. Ma la stessa vicenda era stata raccontata da diversi autori prima di lui. La storia c’è nel “Novellino” di Masuccio Salernitano, stampato a Napoli nel 1476 (la novella si intitola “Mariotto e Ganozza”). La scrisse poi il vicentino Luigi da Porto, pubblicata postuma a Venezia nel 1531 e 1553. Nel 1554 è nelle “Novelle” di Matteo Bandello (lo scrittore visse a Mantova dal 1515 al 1522). E fu ripresa da Arthur Brooke, che la pubblicò a Londra nel 1562.

Chi poteva copiare copiava, nel c’erano copyright e diritti d’autore. Nella novella di Bandello, frate Lorenzo scrive una lettera e la consegna a un suo fidato confratello perché la porti a Romeo, a Mantova. Arriva di mattina e smonta da cavallo al convento di San Francesco. Cerca il padre guardiano per farsi dare un compagno che lo guidi per la città. Ma poco prima uno dei frati del convento era morto in sospetto di peste. Le guardie mediche certificano «essere senza dubio morto di pestilenza, e tanto più che se gli ritrovò un gavocciolo assai più grosso d’un ovo ne l’anguinaia, che era certo ed evidentissimo indizio di quel pestifero morbo», scrive Bandello.

Così «i sergenti de la sanità» ordinarono al padre guardiano, sotto pene gravissime, che nessuno uscisse dal convento. Il frate venuto da Verona non poté consegnare a Romeo la lettera, nella quale era scritto che Giulietta non era morta ma solo addormentata. Dalla mancata consegna della lettera scaturisce la tragedia. Anche in Shakespeare le cose vanno in modo simile: la lettera non giunge a Romeo perché il messaggero, frate Giovanni, resta bloccato a Verona: sospettato di essere uscito da una casa infestata dalla peste, per lui le porte della città rimangono chiuse. Fallisce così il progetto di frate Lorenzo di avvisare Romeo, che avrebbe liberato Giulietta dal sepolcro al suo risveglio per condurla a Mantova. L’azione della tragedia si svolge nel 1303, a Verona all’epoca di Bartolomeo della Scala e a Mantova di Guido Bonacolsi detto Bottesella.


 

I commenti dei lettori