Come può esserci un’Europa? Facciamo parlare gli immigrati

La scrittrice italo-tedesca Maxi Obexer racconta il suo viaggio  da Bressanone alla Germania per conseguire la seconda cittadinanza 

la recensione

«Può esserci Europa solo se le immigrazioni diventano visibili, se le storie degli immigrati entrano a far parte del patrimonio narrativo comune. Solo se l’Europa si riflette in loro». Maxi Obexer, drammaturga, scrittrice, saggista ha scritto “La prima estate dell’Europa”, tradotto magristralmente da Cristina Vezzaro, nel 2015 quando è diventata cittadina tedesca e Angela Merkel ha deciso di aprire le frontiere del suo paese ai profughi siriani. Due storie di immigrazione molto diverse ma che condividono sentimenti comuni: «Per stabilirsi bisogna aver percorso una strada, dal tuo paese di origine verso un altro. E ogni strada che percorri ti cambia, a ogni passo. In più non la percorri in una sola direzione, la percorri avanti e indietro. Ogni volta perdi qualcosa, ma quello che perdi resta con te e ti diventa caro. Certo, tutto ciò che ti è caro ti rende vulnerabile». Nata a Bressanone, Maxi Obexer racconta il suo percorso di immigrata nella Ue e il conseguimento della sua seconda cittadinanza. Lo fa attraverso un viaggio in treno che la porta alla cerimonia ufficiale per ricevere lo stato di cittadina tedesca. La sua vicenda personale diventa occasione per riflettere sul concetto di Europa ma soprattutto su quello di immigrazione nelle sue tante e spesso ingiuste declinazioni. Il suo è un racconto lucido, efficace, pieno di storie, ora ironico ora più provocatorio ma sempre deciso a sottolineare e mettere in scena i valori imprescindibili dell’umanità. “La prima estate dell’Europa” è un libro breve ma che contiene un mondo e può essere letto e riletto in tanti modi: come un memoir, come un saggio politico, come una raccolta di storie, come un intenso monologo, come uno spaccato di storia europea, come uno sguardo che ci proietta in un orizzonte più ampio. La scrittrice italo-tedesca riesce con poche precise parole a parlare di identità, del rapporto con la lingua di adozione e quella materna, dei meccanismi psicologici che governano la decisione o la necessità di cambiare paese, della burocrazia priva di ogni umanità: “Per la maggior parte degli immigrati, l’immigrazione assume la forma di un eterno esame che solo altri sanno come si supera – ovvero mai». —


S.B.

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