Un Germano in stato di grazia interpreta il Ligabue più selvaggio

''Volevo nascondermi'': Il regista Diritti racconta la parabola del pittore a partire dall’adozione da parte di una coppia svizzera e il succesivo arrivo a Gualtieri

MANTOVA. Diretto da Giorgio Diritti, e scritto con Tania Pedroni, “Volevo nascondermi” ricostruisce la biografia di Antonio Ligabue, il pittore naif che maggiormente ha segnato i decenni a cavallo della seconda guerra mondiale. Toni si immedesimava nei soggetti animali che immaginava, tant’è che nel dipingerli emetteva ruggiti e versi. Voleva celarsi agli uomini che lo trattavano come fosse lo scemo del villaggio o un matto da legare e varie volte lo chiudevano in manicomio. E vi usciva grazie agli interventi dello scultore R. M. Mazzacurati, suo scopritore, e maestro per l’uso dei colori a olio, e gli interventi correttivi sulla tecnica. Una biografia, questa, costruita per blocchi contigui, con molte omissioni, ma tenuta insieme dal filo rosso dell’emarginazione che diventa espulsione, marginalizzazione selvatica e derisione.

Lo scherno persecutorio non viene mai meno anche se alternato, quando la sorte artistica gli arride, a momenti di apparente condiscendenza delle persone che lo attorniano e lo servono. Ne seguono parentesi di serenità interiore e libere scorribande, specie in sella a motociclette che colleziona sino ad averne ben sedici alla sua morte. E dunque un personaggio dominante sullo schermo, su cui il trucco ha impresso i tratti della copia molto somigliante, a cui Elio Germano, alla sua prova migliore, regala una performance impressionante per le contorsioni fisiche che compie, le distorsioni del viso, le urla, le esplosioni di rabbia, e i lunghi discorsi in difesa della sua opera.


Diritti prende le mosse da quando bambino viene affidato a una coppia svizzera, e da questa a un istituto che lo espelle a 16 anni, e viene portato a Gualtieri, località d’origine del padre biologico, Bonfiglio Laccabue, dove conduce un’esistenza selvaggia lungo le sponde del Po. La regia lavora, assai proficuamente, con piani ravvicinati, carrelli e campi lunghi e lunghissimi, e con i colori dell’operatore Matteo Cocco, ora autunnali, bagnati e vischiosi, ora smaglianti nell’estate padana. Colori che ritroveremo negli occhi di Toni quando comincia a dipingere i cartelloni, e le tele. E a trasformare secondo immaginazione gli animali domestici o degli zoo che intravede.

Nel contempo si dipanano le realtà della biografia, la mano che gli tendono Mazzacurati e pochi altri, la pulizia che giunge a migliorarne l’aspetto, il cappotto che indossa anche a luglio («ho patito tanto freddo»), la pasta consumata ad un tavolo tutto suo, e i patteggiamenti, un certo numero di quadri per le cose che attirano la sua attenzione, e ottiene, ma non le donne che mai consentono a sposarlo. L’Emilia che Diritti ritrova, le piazze, gli edifici, e le stradine di campagna, e le torri che Toni vorrebbe acquistare e farne una dimora, passano davanti ai nostri occhi bellissime. La follia del colore viene restituita come alienazione e salvezza.
 

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