Amiry: Il mio lungo viaggio per raggiungere il Festivaletteratura a Mantova

La scrittrice palestinese: «Frontiere e aeroporti sono chiusi e ci si può spostare  solo per necessità. Io avevo questa urgenza, ovvero arrivare qui al festival»

MANTOVA. «Un grazie a Suad Amiry per aver attraversato mezzo mondo per essere qui con noi». Il ringraziamento di Elisabetta Bartuli racconta molto di questa edizione speciale di Festivaletteratura, segnata dalle difficoltà logistiche generate dall'emergenza sanitaria globale. Racconta, però, anche il desiderio degli scrittori di voler essere a Mantova. Non una semplice presentazione dell'ultimo libro scritto, ma un'urgenza, una necessità, un ritorno in un luogo amato. Come l'autrice palestinese conferma, in perfetto italiano, nella parte iniziale dell'evento andato in scena ieri in piazza Castello. Un'odissea che da Ramallah l'ha portata nella nostra città dopo tappe in Giordania, Cipro, Grecia, Napoli.

«Frontiere e aeroporti sono chiusi. Ci si può spostare solo per estrema necessità. E io avevo questa necessità, questa cosa urgente: raggiungere Mantova e il suo Festival». Si parla dell'ultimo libro, Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea, basato su una storia vera. Al centro una storia d'amore tra giovanissimi e il dramma della Nakba, il nome con il quale i palestinesi indicano l'esodo dai loro territori d'origine successivo alla nascita dello stato di Israele. «Io vengo da una famiglia di profughi e sono cresciuta ad Amman - racconta Amiry -, lontana dalla mia terra come il 90% dei palestinesi. Credo che questo libro sia stato per me emotivamente il più difficile. Il 1948 ha cambiato per sempre le vite mie e del mio popolo. Tutti all'epoca capirono che nulla sarebbe stato come prima. I miei genitori hanno sempre condiviso con noi figli le bellezze delle nostre città d'origine. Mai gli orrori. Forse per proteggerci o forse perché loro stessi erano ancora troppo traumatizzati».

Il libro racconta di una storia vera, ma non di quella immaginata in un primo tempo dalla scrittrice. «Dopo la Guerra dei Sei Giorni mio padre ebbe la possibilità di tornare a Giaffa, la sua città natale. Bussò in quella che era stata la sua casa, ma l'israeliana che l'abitava non lo fece entrare. Tornò da noi e fu la prima volta che lo vidi piangere. Un momento doloroso anche per me, che avevo solo 15 anni. Nel 2018 decisi di andarci io a Giaffa e cercare quella casa. Non la trovai. Sconsolata chiamai un taxi per tornare a casa. Il tassista mi chiese il motivo della mia tristezza. Lo raccontai e lui mi disse: devi assolutamente conoscere mia zia Shams. E proprio Shams, nel 1947 una ragazzina, è diventata la protagonista del mio libro. Attraverso i suoi occhi racconto la Giaffa di mio papà». Una città che negli anni Quaranta era ricca e vivace, un porto tra i più importanti del Mediterraneo.

«Per la generazione di mio nonno il mondo arabo era aperto. Meno ai tempi di mia madre. Io invece vivo a Ramallah tra due checkpoint, a nord e a sud. Il mondo, per il nostro popolo, è una gabbia sempre più piccola e stretta. E pensare che una volta, a Giaffa, convivevano musulmani, cristiani, ebrei, italiani, siriani, greci. La ricchezza di quel mondo era che tanti diversi sapevano stare benissimo insieme».

A quello di scrittrice, Amiry ha sempre affiancato il lavoro di architetto. «Sono architetto ma sono i miei personaggi a costruire i miei libri. Ho scelto questo lavoro perché ho passato l'infanzia ad immaginare quale aspetto avessero la città e la casa d'origine di mio padre, ad immaginare luoghi».
 

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