L’arte contemporanea ritorna nella reggia

Doppio itinerario, dalle “pieghe” di Mariani alla ricerca di Biggi tra la Galleria e l’Appartamento della Rustica 

MANTOVA. «La palazzina della Rustica era il luogo dell'alchimia per i Gonzaga, un edificio splendido molto adatto a me visto che anch'io lo sono un po', ma, invece di trasformare il piombo in oro lo trasformo in stoffa». A dirlo è lo stesso Umberto Mariani, milanese, classe 1936, durante il vernissage della sua mostra ieri in palazzo Ducale, un'antologica dal titolo La piega. Leibniz e il barocco.

La piega, motivo firma dell'artista, inizia a lavorare nella sua mente e nella sua anima dal primo giorno di istituto d'arte dell'Accademia di Brera. «Non avevo ancora 14 anni – racconta – e Guido Ballo, allora insegnante, ci fece vedere l'immagine della Hera di Samo. Ne rimasi folgorato». Da allora è iniziata una sorta di incessante variazione sul tema, che si può ripercorrere dalle opere degli anni Settanta, ancora su tela, fino alle ultime polimateriche. Il titolo della mostra, un omaggio a Umberto Mariani, ma anche al saggio del filosofo francese Gilles Deleuze, del 1990, “La piega. Leibnitz e il barocco”.

“Il filosofo tedesco già alla fine del Sei, inizio del Settecento, diceva che la piega è la metafora dell'infinito perché se per mille volte gettiamo a terra un panno, per mille volte, si genereranno forme diverse. La piega è simbolo e metafora della vita, ripercorre tutta la cultura occidentale, è segno della giustizia e del divino».

La rassegna, a cura di Giovanni Granzotto, si snoda attraverso una quarantina di lavori, dalle prime opere Pop per risalire, attraverso i decenni ai “Piombi” degli anni 2000 fino al Camerino di Orfeo dove si ha l'aggancio con Gastone Biggi la cui mostra è allestita nelle sale de La Galleria.

Una sorta di staffetta che ci guida a visitare l'altra mostra dedicata all'arte del Novecento in Ducale mentre trionfa la rassegna dedicata agli arazzi di Raffaello. “Gastone Biggi. Il tempo della natura, gli spazi della realtà” , a cura di Giovanni Granzotto e Leonardo Conti, in collaborazione con la Fondazione Biggi, presieduta da Giorgio Kiaris, che propone un gruppo di cinquanta opere, dai lavori della fine degli anni '50 fino a quelli degli anni 2000, questa ricca antologica induce sul confronto costante dell’opera di Biggi con lo spazio naturale e lo spazio mentale, nella ricerca continua di un dialogo tra realismo e astrazione.

«Fu proprio Biggi, nato a Roma nel 1925 e mancato in provincia di Parma nel 2014, dove a Langhirano aveva costituito gli studi riuniti – racconta durante la visita Kiaris -. Non ha voluto che il suo atelier diventasse un museo, o peggio, un mausoleo, ma che continuasse ad essere un luogo di lavoro come quando ci stavamo insieme dandoci stimoli quotidiani in un confronto continuo». «Era un grande viaggiatore e lo raccontava nelle sue opere – aggiunge Kiaris -. Aveva bisogno dei cicli per le sue narrazioni. Nel suo manifesto dell'arte propose una sintesi tra realismo e astrazione». Aperte entrambe fino al 7 febbraio 2021. 

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