La facciata del duomo di Mantova: un contratto svela che l’autore fu lo scultore Finali

Le prove emerse ora da un documento inedito trovato nell'Archivio di Stato. Alcuni storici invece attribuirono le opere a Giuseppe Tivani

MANTOVA. L’attuale facciata della cattedrale cittadina, dedicata a San Pietro, nasce da progetti dell’architetto e ingegnere militare Nicolò Baschiera, attivo a Mantova alla metà del Settecento, ed è caratterizzata da un prospetto a salienti, con un timpano sorretto da un ordine gigante, che voleva forse echeggiare la fabbrica di San Giovanni in Laterano a Roma. La nuova veste del Duomo fu uno dei progetti più ambiziosi della Mantova settecentesca e certamente l’opera più rilevante di scultura. Sul timpano, sono infatti collocate le statue di San Celestino, San Pietro, San Paolo e Sant’Anselmo, mentre sui corpi laterali, sempre da sinistra a destra, quelle di Santa Speciosa, San Luigi Gonzaga, San Giovanni Bono e la Beata Osanna Andreasi.

Le fonti antiche sono discordi sulla paternità delle statue.


Ciò è piuttosto curioso, dato che parliamo di testimonianze quasi coeve e su un’opera così importante nel contesto cittadino.

Secondo una fonte mantovana di primo Ottocento (Coddè), l’autore delle statue dei Santi patroni poste a coronamento della facciata, sarebbe lo scultore mantovano Giuseppe Tivani (1702-1772); al contrario, il biografo veronese Zannandreis fa il nome di Giovan Angelo Finali (1709-1772), un artista di Valsolda a lungo attivo a Verona. Qualche studioso ha persino ipotizzato – cercando di mediare tra le due fonti – che i due avessero collaborato nell’esecuzione delle statue.

Un documento inedito emerso in quel Pozzo di San Patrizio che è l’Archivio di Stato della nostra città, consente di fare luce sulle vicende di esecuzione della facciata. Si tratta del contratto di allocazione dei lavori, che stabilisce definitivamente la paternità del prospetto del Duomo.

Serve però un breve preambolo. Con un avviso pubblicato sulla «Gazzetta di Mantova» il 18 aprile 1755, il vescovo Antonio Guidi Di Bagno, committente dell’importante opera, invitava «gli Artefici, e Scarpellini, che volessero assumerne l’impegno, a comparire avanti Sua Signoria Illustriss., e Reverendiss., entro il 15 del venturo Maggio», presentando un’offerta per la realizzazione della «Facciata di marmo alla sua Cattedrale, a norma del Modello già costruito».



Il progetto di Baschiera per la facciata era stato quindi già definito e si cercava chi fosse in grado di porlo in opera.

Possiamo quindi immaginare che tra gli scultori (impresari) che tra aprile e maggio 1755 presentarono le loro referenze e diedero la loro disponibilità al vescovo, ci fossero sia Tivani che Finali. Se anche altri concorsero, non lo sappiamo, ma il contratto ci dice con chiarezza chi vinse l’appalto.

L’atto fu rogato presso pubblico notaio martedì 27 maggio 1755: non erano passate neanche due settimane dal termine del bando e il vescovo già stipulava la Conventio per i lavori. La straordinaria rapidità sembra fosse poi mantenuta in fase di esecuzione dei lavori, anche grazie alla determinazione del vescovo, al quale va riconosciuta una capacità imprenditoriale non comune.

L’«Oblatore» era stato individuato: si trattava di Finali, il cui impegno emerge nel contratto non solo in veste di scultore, ma anche di impresario.

Giovan Angelo fu Domenico Finali s’impegnava entro quattro anni a realizzare la facciata della Cattedrale sulla base di un modello ligneo di Baschiera.

Questo modello ligneo era però privo dell’apparato scultoreo sommitale – era coronato da vasi – ed era stato consegnato al vescovo entro aprile 1755; che io sappia, quel modello è andato disperso.

Nel contratto si fa riferimento ai lavori di «disfacimento della facciata vecchia», vale a dire che la vecchia facciata tardogotica dei Dalle Masegne – tante volte rimaneggiata nei secoli, da essere oramai l’ombra di sé stessa – dovette essere sostanzialmente eliminata.

Dunque, Tivani non ebbe in effetti alcun ruolo dell’erezione della nuova facciata. Anzi, il suo antagonista Finali, il quale procedette nei lavori con straordinaria efficienza nei tempi previsti, fu in seguito nuovamente chiamato a operare in Duomo.

E non solo, poiché egli fu il vero protagonista della scultura a Mantova alla metà del Settecento, nell’età di Maria Teresa d’Austria, tanto che a lui devono essere restituite varie opere (tra cui le statue del ponte dei Mulini, oggi in Palazzo San Sebastiano), assegnate dalla tradizione locale al mantovano Tivani. 




 

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