Il soprabito della marchesa torna al suo antico splendore

Un salto all'indietro negli anni Venti del Novecento grazie alla fondazione È azzurro e nero, di velluto e seta, dalla foggia ampia e collo sciallato

Cento anni di storia nell'armadio della marchesa Giovanna d'Arco. Il primo capo ad uscire dalle antiche ante del guardaroba di palazzo d'Arco è un soprabito azzurro e nero, di velluto e seta, con fodera floreale su fondo avorio, dalla foggia ampia con maniche accentuate e collo sciallato, impreziosito da una stola, bottoni gioiello e raffinati decori a ricamo. Basta vederlo per fare un salto all'indietro nella storia, negli anni Venti del Novecento, quando la nobildonna mantovana, contessa Giovanna d’Arco Chieppio Ardizzoni (1880-1973), poi marchesa Guidi di Bagno dopo le nozze con Leopoldo, era una signora quarantenne icona di moda e di stile.

«Dietro alla facciata austera del palazzo è difficile immaginare la ricchezza e la varietà di patrimonio che ci sta dietro, di un'epoca compresa tra il Cinque e il Novecento - spiega Livio Volpi Ghirardini, presidente della Fondazione D'Arco, soggetto preposto alla tutela, in chiave museale, nato per volontà della stessa marchesa - Tra le tante azioni c’è anche un percorso articolato che passa per i tessuti del casato, da quello degli arredi all'abbigliamento. Finora la nostra attenzione si è concentrata sui primi e sono già stati oggetto di restauro quelli della Sala Rossa, della sala Hofer e delle portantine». I tessuti antichi, preziosi e raffinati, venivano riutilizzati, anche molte volte, cambiando, talvolta, destinazione d'uso, ad esempio nei paramenti sacri.


Per illustrare la complessità di questi manufatti erano state organizzate due conferenze con visite guidate, il 7 e il 21 novembre, che sono state annullate. Il ciclo era stato pensato in collaborazione con il laboratorio di restauro specializzato Rt, Restauro tessile di Albinea e la ditta Castor, di Castellucchio, che sostiene le spese del progetto di recupero. «L'abito si presenta in un buono stato conservativo, a parte la fodera - spiega il conservatore del museo di palazzo d'Arco Italo Scaietta - Al momento, in assenza di documenti d'archivio che ne attestino l'ordine o il pagamento e di etichette sulla confezione, la realizzazione è attribuita per analogia alle sartorie storiche dell'Emilia Romagna. Non è escluso che, in futuro, se ne possa sapere di più. L'importante è che, grazie a questo abito, e a quelli che si riuscirà a recuperare, si possa costruire un percorso che va ad integrare con pezzi autentici la storia della moda e del costume già presente nei numerosi ritratti di famiglia».

Il progetto dedicato al recupero degli antichi tessuti, proseguirà con i broccati e i damaschi degli arredi, con altri abiti della marchesa di Bagno, ma anche con altri capi di abbigliamento conservati all'interno del palazzo, appartenuti a figure maschili e divise. «Sarà un processo lento - conclude Volpi Ghirardini - che parte dal rinvenimento, passa per la catalogazione e approda alla valorizzazione. Una fondazione come la nostra ha bisogno del supporto esterno, di partner istituzionali e sponsor privati. Dare un contributo significa dare una testimonianza di partecipazione e di presenza esattamente come ha fatto la marchesa con il suo lascito. Da soli non ci si salva». —

Paola Cortese

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