Dai trent’anni della “Casa italiana” all’omaggio dell’ateneo di Parma

Doppio motivo di orgoglio per il mantovano Stefano Albertini Il professore della NYU racconta il nostro Paese dagli Usa 



Stefano Albertini, mantovano, docente di italiano alla New York University e direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò è stato onorato dall’università di Parma, che gli ha conferito il riconoscimento come Alumnus dell’anno 2020. Si tratta di un omaggio che l’ateneo e l’associazione Alumni e Amici dell’università di Parma dedicano a laureati che si siano particolarmente distinti nel proprio percorso professionale. La consegna martedì.


Un riconoscimento prestigioso per Albertini, che in questi giorni ha un altro importante motivo per festeggiare: il trentesimo compleanno della “Casa”che promuove la cultura italiana nella Grande Mela. Un’occasione per un’intervista con la Gazzetta.

Albertini, intanto doppie congratulazioni. Ci racconta come e perché è nata la Casa Zerilli-Marimò?

«Fa parte della costellazione delle “case” che fanno parte della NYU, ce ha sempre avuto una vocazione internazionale. L’università ha iniziato negli anni Cinquanta: c’erano quella francese, quella, tedesca e altre ancora. La Stessa NYU ha una dozzina di sedi estere. Quella di Firenze, ad esempio e ce n’è una anche a Parigi: è stato costruito un network. Fu negli anni '90 che la baronessa Zerilli-Marimò decise di fondare la Casa italiana. Quando morì il marito, un importante industriale farmaceutico, decise di fare una grossa donazione a favore della cultura del nostro Paese. Comprò così un immobile nel Village e lo donò all'università come funzione di dipartimento di italianistica. Un dipartimento indipendente. La Casa in questi trent’anni è diventata un centro di promozione cultura e dialogo. Io sono arrivato quattro anni dopo come professore poi come vice direttore. Ho lavorato fino a 5 anni fa con la fondatrice, una donna straordinaria con un’idea precisa».

Ce la spieghi, professore.

«Quella di creare momento di dialogo tra culture, di presentare l’Italia come fenomeno culturale storico e di guardare all’oggi dal punto di vista della cultura, degli affari, dell’economia, della società. Abbiamo molto lavorato sull'integrazione e sulla collaborazione tra la cultura italiana e quella italo-americana. In questo il Club Tiro a Segno, principale istituzione della cultura italo-americana, è stato fondamentale».

Ci tolga una curiosità. L’italiano è una lingua a diffusione molto limitata: non rappresenta un limite alla promozione della nostra cultura negli Usa?

«Vero. Infatti se organizzassimo solo eventi in italiano avremmo una platea molto limitata, anche perché gli italo-americani non parlano l’italiano; non dimentichiamoci che nell’800, il secolo di grande flusso migratorio, la nostra lingua era uno stigma, un fardello. C’era anche chi si faceva cambiare nome. In realtà il nostro pubblico è formato da chi è qui per lavoro, da italo-americani che studiano l’italiano e soprattutto da amanti dell’Italia. Non dimentichiamo che al Metropolitan ogni sera c’è l’opera e la nostra lingua risuona; pensiamo poi a chi ama l’arte e l’architettura e che ogni anno viene in Italia. A parte in questo 2020...».

Visto da New York: qual è il modello culturale italiano di oggi? Qui abbiamo a volte la sensazione di essere soprattutto uno splendido museo.

«Io partirei a parlare del cinema italiano, che negli Usa è importantissimo e non solo per i grandi classici e per i film che hanno vinto l’Oscar come miglior opera straniera. Un regista come Luca Guadagnino, ad esempio, è talmente popolare da essere concepito come internazionale; non a caso i suoi film hanno cast importanti e attirano un pubblico giovane. Cito poi volentieri Marco Bellocchio. Guardiamo poi alla scrittrice Elena Ferrante, diventa un caso letterario proprio in America: pensi che è più letta in lingua inglese che in italiano. Passando alla moda, al design e all’architettura, in questo periodo Covid ci stiamo trasformando in una sorta di emittente online, producendo documenti che torneranno utili anche in futuro. Ma davvero non è difficile promuovere l’Italia, glielo assicuro: dal passato abbiamo ereditato un credito imponente. E io sono molto fortunato perché faccio un mestiere bellissimo». —



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