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Viaggio negli atelier mantovani dove brilla la creatività: nello studio di Pedrazzoli 50 anni di carriera

«Si sente la mancanza dei vernissage, il confronto ci dà energia per sperimentare. Quando l’emergenza sarà finita proporrò anche laboratori» 

MANTOVA. Varcata la soglia di una casa mantovana, nella tranquilla via Zambelli, dove abita con la moglie Carmen, un cane e un gatto, e superato un grazioso giardinetto, si raggiunge lo studio di Roberto Pedrazzoli, artista, professore, a lungo assessore alla Cultura della Provincia, animatore del mondo dell'arte di Mantova e non solo. L'ambiente, che si sviluppa su due piani, è pieno di luce grazie alle ampie finestre ed è scintillante di colori. Si respira quiete, voglia di fare e oltre mezzo secolo di carriera. Ogni angolo riserva sorprese: manifesti di vecchie mostre, articoli incorniciati, foto, opere appese, appoggiate a terra, rastrelliere fitte di dipinti.

Al piano terra un telaio serigrafico e una strana gabbia dove vanno stesi i fogli appena inchiostrati. Sul tavolo di lavoro lo straccio ancora umido che odora di trementina fresca, usata per pulire i pennelli. Tutto è in ordine perché non tutti gli artisti, anche quelli veri come in questo caso, corrispondono al cliché della sregolatezza.

«Su questa parete ci sono le ultime opere, una serie di libri rigenerati, che avrei dovuto esporre in Germania, al museo d'arte contemporanea di Rosenheim – racconta -. Ora la mostra è rinviata alla prossima primavera, chissà poi se si riuscirà. In questi mesi in cui non si poteva e non si può ancora girare, oltre ad avviare questa operazione di riciclo su libri vecchi o doppi, ho avuto l'occasione di concedermi un momento di riflessione anche sul lavoro del passato, ho ritrovato alcuni quadri di cui non mi ricordavo e su alcuni sono anche intervenuto».

Un percorso a ritroso, non di negazione ma di trasformazione, continua e incessante, come è l'arte. Ma, quel che è mancato molto a Pedrazzoli, come a tanti altri artisti, è stato il contatto umano e il confronto. «Non potere più andare ai vernissage, frequentare gli altri e scambiarsi opinioni è stato e continua ad essere molto triste – aggiunge – ne abbiamo bisogno, ci dà energia per continuare a creare, a sperimentare. La tecnologia ci viene un po’ in aiuto ma non è la stessa cosa sentirsi al telefono o inviarsi messaggi con le foto, tra noi artisti o coi critici. L'arte contemporanea è già in sofferenza, fatica a trovare spazi propri e questo momento acuisce la solitudine dell'arte stessa». La vicinanza tra casa e bottega ha i suoi pro e i suoi contro.

«Ho trascorso sempre molto tempo in studio, anche quando lo avevo meno a portata di mano ma, se, in passato, riuscivo a prendermi qualche pausa, il nostro è un lavoro che ne ha bisogno, ora no – continua – . Non passa giorno che non ci venga. Magari anche alla sera, quando tutto tace, faccio un salto per vedere se ho spento e chiuso e poi ci faccio notte». Il messaggio però è di speranza. «Adesso è difficile, c'è chi ha gravi sofferenze fisiche, lutti, problemi economici, è quasi imbarazzante parlare di arte – conclude - Ma, quando tutto questo sarà superato credo che l'arte e la cultura avranno ancora qualche merito. Non vedo l'ora di poter aprire questa porta e anche di rifare, come ho fatto tante volte in passato, dei laboratori in cui mettersi tutti insieme, grandi e piccoli, a creare».
 

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