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«Così valorizziamo la cultura italiana». Il mantovano Barlera racconta l’Istituto di New York

Il direttore, di Sermide, è in carica dal 2018: «Mi piacerebbe un evento con il Festivaletteratura» 

MANTOVA. Alla guida dell’Istituto italiano di cultura di New York c’è un mantovano, Paolo Barlera. Un altro segno importante: esportiamo persone di primissimo piano anche negli Usa. Non dimentichiamo infatti che Stefano Albertini, bozzolese, è docente di italiano alla New York University e direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò, sempre a New York. Fondato nel 1961, l’Istituto Italiano di Cultura di New York è una diramazione ufficiale del Governo italiano dedicata alla promozione della cultura italiana negli Stati Uniti attraverso l'organizzazione di manifestazioni e eventi e l'offerta di servizi culturali. Sotto l’egida del Ministero degli Esteri, della commissione di consulenza e del proprio staff, l’Istituto si conforma a questo impegno coltivando lo scambio culturale tra l'Italia e gli Stati Uniti in differenti aree di interesse che spaziano dalle arti alle scienze umane alla scienza.

La missione dell’Istituto italiano di cultura di NY è quella di adoperarsi costantemente affinché i differenti pubblici di New York possano comprendere e avvalersi delle diverse espressioni della cultura italiana. Per la prima volta Barlera ha concesso un’intervista alla Gazzetta di Mantova in cui racconta il suo ruolo nell’Istituto.


Barlera, qual è stato il suo percorso da Mantova a New York?

«Sono cresciuto a Sermide e ho fatto l'università a Bologna, con una laurea in filosofia. A metà degli anni Ottanta, consigliato da una persona che allora faceva il mestiere che faccio io adesso, il professor Pier Giuseppe Bozzetti, mi sono trasferito a New York per frequentare un dottorato in “Italian literature and civilization” presso la New York University. E come spesso succede, immaginando di fare un’esperienza di uno o due anni al massimo, sono invece rimasto per molto tempo».

Come è approdato ed è arrivato a guidare l’Istituto della cultura italiana?

«Finito il dottorato alla NYU, mi si è presentata l’opportunità di entrare all’Istituto italiano di cultura come responsabile della comunicazione. Anche in questo caso, sembrava dovesse essere una fase di passaggio e invece mi sono trovato bene; e così ho continuato per quasi 10 anni. Poi c’è stato il concorso per entrare di ruolo al ministero degli Esteri come addetto alla promozione culturale. L’ho superato e mi sono trasferito a Roma per un periodo di tirocinio. Nel 2012 è arrivata la nomina a direttore dell’Istituto di San Francisco e nel 2018, terminato il mandato in California, il trasferimento a New York».

Ci spiega in sintesi quali azioni mette in campo l’Istituto?

«Le direttrici principali sono due: l’insegnamento della lingua italiana e l'organizzazione di eventi culturali. Lasciando per così dire da parte i corsi di lingua, che per ragioni fiscali americane dobbiamo affidare ad una società non-profit, la maggior parte delle attività dell’Istituto è dedicata alle manifestazioni culturali. Cerchiamo di offrire un programma eclettico, che tocchi tutti i settori: arte, musica, cinema, storia, letteratura. Ma non solo: specialmente negli ultimi tempi, ai settori tradizionali si sono andati affiancando anche l’enogastronomia, la scienza, il design; estendendo così il concetto di cultura all'intero sistema Italia. All'interno di questa macro-struttura abbiamo poi la possibilità di proporre la grande Cultura italiana (con la maiuscola: per esempio Raffaello e Fellini, per citare due dei grandi appuntamenti di quest'anno, oppure Dante di cui si celebra il 700esimo anniversario della morte nel 2021) oppure di promuovere il contemporaneo. Non parlo solo gli interpreti delle arti visive, ma anche di giovani musicisti, registi, architetti, designer, ai quali cerchiamo di offrire un momento di visibilità e di esperienza internazionale, un modo di interfacciarsi con la scena newyorkese. Va da sé che quest’ultima modalità è la più impegnativa e non sempre la risposta del pubblico è lusinghiera. Però è un momento importante, in cui credo particolarmente, sia per la promozione nel vero senso della parola dei giovani, sia per fare capire al pubblico americano che la l’Italia non è solo quella di Verdi e di Michelangelo, ma è un Paese vivo che continua a produrre cultura anche nel ventunesimo secolo, e questa cultura è valida, importante e meritevole di investirci sopra».

Qual è la percezione dell’Italia negli Usa?

«I tempi sono molto cambiati dagli anni Ottanta, quando venni qui per la prima volta e si potevano ancora sentire gli ormai desueti stereotipi tipo spaghetti e mandolino. Da un punto di vista culturale è stato un percorso enorme, ma non lineare. Che forse è iniziato nel dopoguerra con i successi del Neorealismo e poi dell’Arte povera, e che più di recente è continuato con la moda, il design, la ristorazione, la scienza. Sono ormai moltissimi gli italiani che si sono affermati in quasi tutte le grandi città degli Usa e che hanno contribuito a cementare la credibilità del nostro Paese, della sua identità culturale. Bisogna anche dire che New York è un luogo a sé, con ritmi altissimi e con moltissima concorrenza in tutti i campi, per cui basta un attimo e la gente si è già dimenticata di quello che hai fatto la settimana scorsa. Ma mi è capitato diverse volte di sentire, specie a San Francisco o a Seattle, che c’è molta “fame di Italia” e di essere ringraziato da molte persone per quello che facciamo».

Le capita di ritornare a Mantova?

«Per tutta una serie di motivi è da diverso tempo che non torno in Italia; e quindi nemmeno a Mantova. Ma nel corso degli anni ho fatto regolarmente visita a genitori, fratelli e sorelle, e mi fa sempre piacere, quando riesco, ritornare a vedere la città. L’ultima volta è stato nel 2017, per incontrare una cara amica, la chef Eleonora De Marchi che tra l’altro avevo invitato a San Francisco per parlare delle tradizioni mantovane in occasione della Settimana della cucina italiana. Naturalmente c’è sempre un po' di campanilismo... e non mi dispiacerebbe poter immaginare qualche iniziativa “mantovana” per l’Istituto di New York, per esempio con il Festivaletteratura».




 

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