Nelle installazioni ricerca e giochi prospettici: viaggio nell’arte concettuale di Cavinato

«Il teatro per me è stato fondamentale perché è un luogo straordinario di sperimentazione. Direi che l'ho sublimato nel mio lavoro attuale» 

MANTOVA. Lasciatosi alle spalle il nobile palazzo Nievo, appartenuto alla famiglia del celebre scrittore ottocentesco, si svolta in una strada di campagna a Fossato di Rodigo che porta dritto alla casa e studio di Paolo Cavinato, artista concettuale di 45 anni.

Quel che colpisce, ancor prima della villetta appartenuta ai nonni, dove l’artista ora abita e lavora, è l'azienda di famiglia, una imponente fabbrica di costruzioni meccaniche, con oltre 40 dipendenti, oggi gestita dalla terza generazione, quella di Paolo. «Io sono la pecora nera della famiglia - dice scherzando - Fin da piccolo, quando abitavo a Gazoldo degli Ippoliti, ero affascinato dal mondo dell'arte, anche grazie al Mam, dove andavo a seguire tutti i laboratori per bambini. Di sicuro è stato molto formativo e mi ha consolidato questa passione».

Dopo l'istituto d'arte a Mantova, il “Giulio Romano”, Paolo ha frequentato l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, approfondendo regia e scenografia. Ha vissuto a Parigi per anni, a Roma, lavorando con il grande scenografo Ezio Frigerio per i maggiori teatri come l'Opera e La Scala, firmando lui stesso una scenografia di successo per il Festival dei Due Mondi a Spoleto.

Poi la svolta, sempre un po' coltivata, di dedicarsi alla ricerca e unicamente alle sue installazioni. «Ho lasciato il teatro nel 2004, per seguire un mio percorso e perché già si paventava una grossa crisi - racconta - Il teatro è stato fondamentale per me perché è un luogo straordinario di sperimentazione tra parola, suono, apparato visivo, gesto, è multimediale. In qualche modo direi che l'ho sublimato nel mio lavoro attuale». Lo studio, al piano terra, sopra c'è l'appartamento dove abita, sembra più quello di un ingegnere progettista. Più che pennelli ci sono righelli, taglierini, punte e trapani, molti libri d'arte, disposti ordinatamente sugli scaffali, e moderni computer.

«Il Covid non mi ha colpito particolarmente, sono abituato da sempre, anche quando viaggiavo molto, a fare lunghi periodi in solitudine - dice - In questo sono stato facilitato rispetto ad altri. Non nego che a tratti sia stato duro ma è stato anche un momento molto utile per me, di sicuro non di vuoto. Oltre a lavorare tanto su me stesso, trovandomi a prescindere dalla pandemia in un momento di profonda crisi personale, sono stato molto impegnato a sistemare l'archivio. Credo che sia utile tornare sui propri passi per intraprendere poi la strada giusta per andare avanti».

Nello studio nascono le idee e i prototipi, le opere poi vengono realizzate in spazi grandi, anche molto, in certi casi, nel capannone di famiglia o nella falegnameria di un amico. La parola d'ordine è comunque disciplina, visto che lui stesso definisce “monacale” la sua quotidianità.

«Anche se non lavoro nell'azienda ne seguo i ritmi, inizio quando sento la sirena e smetto quando risuona - dice - Poi faccio altro, leggo, guardo un film, per la mia salute mentale devo staccare anche se sono sempre immerso in una dimensione di ricerca, in ogni mia scelta, anche in vacanza». 

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