La musica di Salomone rivive dopo quattro secoli



Cos’ha in comune il compositore ebreo Salomone Rossi, nato a Mantova 450 anni fa, con il movimento Black Lives Matter che nei mesi scorsi ha denunciato la sistemica discriminazione razziale e la violenza della polizia americana nei confronti delle minoranze nere e latine?


Molto di più di quello che pensiate, ma diciamo che tutto inizia con un salmo, il 137, uno dei più belli, noti e poetici del salterio. Un salmo che conosciamo senz’altro in tante sue successive incarnazioni, anche se non siamo abituali frequentatori di chiese e abbazie. Comincia con queste parole:

“Là, presso i fiumi

di Babilonia,

sedevamo

e piangevamo

ricordandoci di Sion.

Ai salici delle sponde

avevamo appeso

le nostre cetre”.

È uno dei salmi dell’esilio che esprime il dolore per la libertà perduta, la nostalgia per la patria lontana e il desiderio di rivalsa contro l’oppressore.

Nei secoli ha ispirato popoli e persone che si sono trovati in tali condizioni di schiavitù, sfruttamento e oppressione.

Verdi, per il suo Nabucco l’ha trasformato nel coro operistico più famoso di tutti i tempi, quel “Va pensiero” che fu, nel nostro Risorgimento, l’inno ufficioso dei patrioti italiani che volevano scuotersi di dosso il giogo del dominio straniero e unirsi in un solo popolo.

Quasimodo lo prese a prestito per la sua poesia “Alle fronde dei salici”, un grido di dolore che saliva dall’Italia straziata dagli orrori della dominazione nazifascista.

E l’esperienza afroamericana contemporanea come si colloca rispetto al salmo 137?

E, più in particolare, cos’ha a che vedere Salomone Rossi, violinista e compositore ebreo mantovano, classe 1570, con il musicologo e compositore afroamericano contemporaneo Brandon Waddles, classe 1988?

L’idea di metterli insieme nel video “Babylon Ghetto, Renaissance, and Modern Oblivion” è della musicologa e soprano Jessica Gould, fondatrice e direttrice di Salon/Sanctuary, una compagnia che produce concerti e spettacoli in cui i confini fra generi musicali, periodi storici e luoghi geografici vengono sistematicamente abbattuti, esaltando il potere unificante, al tempo stesso rivoluzionario e terapeutico della musica.

Di Salomone Rossi sappiamo pochissimo, se non che fu un musicista di grande talento che, primo nella storia, usò la polifonia per mettere in musica la preghiera liturgica ebraica.

Nacque e visse a Mantova, che ebbe alla corte dei Gonzaga uno dei centri più prolifici per la produzione della musica polifonica.

Il buon Salomone, pur godendo probabilmente di qualche trattamento di favore rispetto agli altri membri della sua comunità, era parte di una minoranza discriminata e vide, nel corso della sua vita, l’erezione del ghetto di Mantova (1610-12).

Allo stesso tempo Salomone veniva guardato con sospetto dai suoi correligionari, ci spiega Jessica Gould, che ritenevano quanto mai inadatta la polifonia alla preghiera di un popolo che, dopo la distruzione del tempio e la diaspora, doveva ritenersi in uno stato di perpetuo esilio e lutto.

Solo la difesa del rabbino Leone da Modena, che sosteneva che la polifonia fosse una metafora della pluralità di voci degli ebrei della diaspora, permise a Salomone Rossi di continuare a musicare le antiche preghiere del suo popolo con le melodie più innovative del suo tempo. Dello spiritual composto dal maestro Waddles, “Singin wit’ a sword in my han’ ” non voglio dirvi molto, ma vorrei invitarvi ad ascoltarlo con attenzione e cuore aperto.

Sentirete una polifonia ovviamente diversa da quella di Rossi nella quale risuonano la pluralità delle voci e delle sonorità che gli africani schiavizzati portarono nel nuovo mondo; riconoscerete l’anelito alla libertà che trovava nella Scrittura la sua più alta legittimazione.

Dal ghetto di Mantova ai ghetti delle metropoli americane contemporanee, la musica continua ad essere il linguaggio che porta consapevolezza della propria oppressione e invita ad agire per la propria liberazione. —



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