Grandi firme e rarità: fra i tesori di Pasetti dove le collezioni raccontano la storia

Degas, Du Champ, Modigliani: lo scrittore in vent’anni  ha raccolto anche disegni preziosi e di epoche diverse

MANTOVA. La carta teme la luce. Impallidisce, ingiallisce. Le persiane dell’appartamento dello scrittore e critico d’arte Giovanni Pasetti sono chiuse. «La carta è una sfida al tempo», dice. Pasetti non abita in questa casa ma altrove. Questa, su per scale tortuose all’ultimo piano di una via del centro di Mantova, nella contrada dell’Orso, gli serve da studio, e pensiamo da biblioteca, galleria, pinacoteca e museo.

Librerie, quadri ovunque, tavoli apparecchiati con opere d’arte, piccole e grandi sculture. In cucina si aprono cartelle su cartelle con dentro disegni su disegni.



Un Degas è sul gas, spento. La carta teme il fuoco, e l’acqua. Infatti i rubinetti sono chiusi. Anzi, forse Pasetti ha chiesto alla Tea il taglio delle condutture idrauliche. No, perché la caldaia funziona. E anche la luce elettrica. Crediamo che in frigorifero tenga alla giusta temperatura qualche turibolo rinascimentale e sospettiamo che in freezer congeli un cammeo appartenuto ai Gonzaga da servire on the rocks a chi apprezza il gusto del bello.

Lontani dal ghiaccio e dalla fiamma, in una ventina d’anni Pasetti ha raccolto circa tremila disegni, di tutte le dimensioni, firmati, siglati, anonimi. I dipinti non sappiamo quanti sono. Le pareti sono sgombre solo dove ci sono gli affreschi.

L’appartamento, del Quattrocento, era lo studio di Mario Equicola, il segretario di Isabella d’Este. Siamo in una succursale di palazzo Ducale e del castello di San Giorgio: ecco una sanguigna su carta, forse di Pisanello, piccola come un portafoglio. L’aggancio con le Stanze vaticane di Raffaello è un’altra sanguigna poco più grande di un telefonino, con due personaggi della “Scuola di Atene”.

La carta ci circonda: da quella d’uso comune alla pregiata, giapponese, velina, da pacchi, cartone, grassa e magra. Per un artista la carta è indispensabile. Niente carta, niente artista. Serve per fare i bozzetti, e per prendere appunti sulle opere d’arte da fare, ma anche per la lista della spesa. Leonardo faceva così. Anche il più grande artista, tra una pennellata e l’altra fa colazione, pranza, fa merenda e cena.

«È più difficile falsificare un disegno che un dipinto - dice Pasetti - perché la mano dell’artista è più diretta, sia che usi la matita, il carboncino, il colore o la biro».

Il periodo preferito da Pasetti è il primo Novecento, in particolare quello delle avanguardie, Picasso e Modigliani, a Parigi. Da trent’anni Pasetti ha una casa nella Ville Lumière. Non osiamo chiedergli cosa abbia appeso alle pareti parigine.

Restiamo a Mantova. Ecco un libro, cento gli esemplari in tutto il mondo, con litografie originali firmate da Man Ray e Duchamp, pubblicato a Milano nel 1964 dalla Galleria di Arturo Schwarz.

Pasetti si rivolge a ogni tipo di mercato: antiquari, fiere, internet. «Acquistare disegni - dice - significa salvarli dalla distruzione. Spesso di trovano interi faldoni di collezioni, antiche e del Novecento».

Disegni scampati al tempo e alle bisogne umane. Pensiamo a quanti capolavori, magari di Leonardo o Raffaello, sono stati usati per accendere il camino o la stufa. Parlando d’arte e ammirando le meraviglie, è giunto il momento di fare una fotografia. Cosa scegliamo? In mezzo a tanta infinità, possiamo scegliere quel che vogliamo. Guttuso, Paul Klee, Jean Cocteau, Guido Crepax (“Odalisca”, china su carta), Enrico Baj, Ardengo Soffici, Kandinskij, Depero, Boldini, Gino Bonichi detto Scipione e tanti altri.

C’è anche un disegno con una signora nuda con in mano un guinzaglio, ma il disegno si ferma lì: manca il maiale che la signora porta a spasso nell’opera “Pornocrates”, del 1878, dell’artista belga Félicien Rops. Il Degas è sempre sul fornello. Alla fine ci sembra adatto un ritratto o autoritratto di Andy Warhol, firmato. È un guazzo, gouache in francese, inchiostro diluito in acqua per dare un affetto acquerello, con le linee a china. Warhol è lì, in bianco e nero, col suo parrucchino e in maglione dolcevita, così sembra. Di Warhol - nelle collezioni di Pasetti - è anche una lattina disegnata con un pennarello sul frontespizio del libro “Ma philosophie de A à B et vice-versa”, edito a Parigi nel 1977. La lattina allude a quella, riprodotta infinite volte, della Campbell’s Soup, zuppa di pomodoro. —

GILBERTO SCUDERI
 

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