Margonari, nell’atelier del maestro surrealista: una casa museo con opere da tutto il mondo

Il pittore e critico racconta: «Volevo ritirarmi dalla scena ma con la pandemia sia la scrittura che la pittura mi sono state molto di conforto» 

MANTOVA.  È una casa museo quella di Renzo Margonari, una villa a due piani nella prima periferia della città, a Borgochiesanuova. Artista poliedrico e critico d’arte, classe 1937, Margonari è uno dei veterani nel panorama mantovano ed è certamente tra quelli che ha avuto maggior fama a livello internazionale affermandosi nella corrente dei surrealisti.

Al piano terra una stanza è dedicata all’arte africana, un’altra a cimeli di viaggio in estremo Oriente e in Brasile. Poi, salendo lungo la scala con una ringhiera in ferro battuto, si possono ammirare, come in una quadreria, oltre 200 opere formato 50x50 realizzate da artisti di tutto il mondo appositamente per lui.


«Alcuni mi ritraggono, altri citano una mia opera o le iniziali del mio nome – spiega – la cifra è sempre quella dell'ironia. Ci sono artisti mantovani e di tutto il mondo, più o meno famosi, tutti amici».

A queste collezioni si aggiungono poi i bronzetti, con una chicca, una “Venere coi cassetti e il collo di giraffa” frutto di uno scambio di opere tra artisti durante una fiera a Vienna. Persino i lampadari e il portaombrelli sono oggetti di design a casa Margonari.

«L’unico continente in cui non sono mai stato è l’Australia – dice – ho viaggiato moltissimo. E ho sempre lavorato dove mi sono trovato. Lo studio per me è ovunque».

È una storia lunga quella di Margonari visto che la sua carriera ufficiale è iniziata nel 1956. «In realtà ho iniziato proprio da bambino – racconta – durante la guerra mia mamma, che era infermiera, era stata precettata all’ospedale Poma di Mantova e mio papà era sul fronte russo. Io stavo con i nonni paterni al Frassino dove lo zio Renzo, pittore, per farmi stare bravo mi dava pennelli e colori, mi insegnava e io a dieci anni dipingevo già».

La pittura in primis, ma anche la scultura, la ceramica, il vetro e i gioielli. «Ho lavorato a lungo a Murano con i maestri vetrai, ad Albissola per le ceramiche – racconta – mi interessano tutti i materiali e, per un periodo, mi sono dedicato anche alla realizzazione di gioielli collaborando con grandi orafi e aziende del settore».

All’arte del fare Margonari, che per molti anni ha insegnato e diretto l’Accademia di Belle Arti “Cignaroli” a Verona, ha affiancato la scrittura, la critica d’arte. Nel suo studio una parte di libreria è dedicata ai volumi che parlano di lui, persino delle tesi di laurea.

«Come un operaio in fabbrica ho gli orari di lavoro – dice – salgo in studio verso le 10.30 e ci resto fino all’ora di pranzo, poi lavoro ancora una paio d’ore nel pomeriggio, fino alle 17 circa, con i pennelli. Dopo scrivo. Ho collaborazioni con riviste d’arte internazionali, specialmente con quelle che si occupano di surrealismo. Tutto questo sempre ascoltando la musica, il jazz, una delle mie passioni». E il Covid?

«Volevo ritirarmi dalla scena – dice – ma con la pandemia sia la scrittura che la pittura mi sono state molto di conforto. Le opere attorno al cavalletto sono le ultime, sensazioni d’inverno, misure più piccole del solito, non riesco più a lavorare nel grande». —


 

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