Venditti: «Oggi non c’è più poesia nelle canzoni di denuncia»

Il cantautore romano risponde alle domande di Carlo Massarini: «La mia “Lilly” ne aveva, i rapper invece fanno solo letteratura» 

«Un anno lungo un secolo. Che ci ha colto di sorpresa, che ha sconvolto molte vite. Un anno in cui ognuno di noi è stato messo di fronte alla dura verità», mi risponde Antonello Venditti alla domanda “di fine anno”, provando a catturare quel sentimento nell’aria che ci porteremo dietro, ricordo indelebile.



Come tanti altri artisti, Antonello è quasi-sparito per molti mesi. Qualche data distanziata in estate, passata con la fidanzata Anna sulla sua barca a vela in giro per il Mar Tirreno, imbarcando il DeGre, lavorando senza pressioni su un nuovo album.

La chiacchierata, anche se viviamo entrambi a Roma-arancione, la si fa comunque via Skype. Ma è come una rimpatriata fra due vecchi amici, punteggiata di battute e risate.

«“Sia benedetta questa vita/che molti pensano sia infinita”, cantavo, purtroppo non lo è», comincia Antonello. E ancora. «L’idea che oggi può toccare a te, abbiamo visto amici parenti, artisti letterati morire, abbiamo capito che morire è facile. La vita è un rischio, va vissuta, è un’esperienza fantastica, l’unica che conosciamo. Dopodiché c’è la nostra reazione di fronte alla fatale verità di esser appesi a un filo: chi si è avvicinato a Dio, chi ha litigato con tutti, chi ha detto che le mascherine non servivano, come il vaccino. Si son rivelati tanti aspetti che non conoscevamo, il vicino-amico peggior nemico e il contrario, persone normali diventate eroi. Penso che ci sarà tanto da scrivere, come uscendo da un cataclisma».

Non c’è stata molta musica prodotta, quest’anno. È difficile parlare di qualcosa mentre sta accadendo?

«È come per una canzone d’amore, ne scrivo guardando indietro, anche con la leggerezza dovuta. Diventa un ricordo, anche feroce, ma descrivere e scrivere durante una pandemia è difficile, come scrivere qualcosa di poetico durante la guerra. Ho sempre preferito il Novecento di Bertolucci parte prima: dagli occhi di un bambino la guerra è diversa, gli Stukas gettano caramelle come in una favola, sono farfalle. Oltre non puoi andare, anche un dramma come Lilly è stato scritto dopo, non durante».

Stai lavorando a un nuovo disco, però. Come va?

«Benissimo, sono rientrato nei miei tempi, due-tre-quattro-cinque anni e mezzo dall’ultimo, ma sono abituato. Non cambia per me l’aspetto realizzativo, cambiano gli umori, una mattina di sole è determinante» .

Mi hai detto di avere tre canzoni finite…

«Ho messo a posto lo studio con Alessandro Canini (il suo batterista/tecnico del suono), abbiamo un’astronave, ma non mi sono mai posto una data di scadenza. È cambiata la maniera di scrivere canzoni? Per forza, identifico prima un piano sonoro, è la produzione che determina l’arrangiamento, più il fatto che due anni di concerti, spesso di tre ore e mezza, mi hanno dato una forza vocale enorme, canto come non ho mai cantato, ora anche cose difficili».

Come si fa a spiegare, alla tua età, con un pacchetto di sigarette al giorno? Immunità dagli dei?

«Non lo so, non mi chiedo perché, nella vita servono genetica e… culo».

Che musica stai facendo?

«Canzoni abbastanza legate a incontri, persone, colleghi, situazioni, anche forti. In un mio FB sto con Billy Joel a cantare, io Le cose della Vita, lui una sua. È un rapporto cominciato nel 2018 che ha dato i suoi frutti a livello umano e artistico».

Chi altro t’ha fatto piacere conoscere?

«I più recenti sono Ermal Meta, Ultimo, e insospettabilmente Baby K. Tutti ragazzi nella cui vita ho contato, con cui c’è stato innanzitutto un approccio umano. Sono stato per loro un ispiratore ma non so se potrò essere “padre” a lungo. Quel “vecchio Venditti” si è evoluto in una direzione, per loro si evolverà in una direzione diversa. L’archetipo è Sora Rosa, io non sono più quello, l’ho già fatto, non voglio ripetermi. Il “padre” va bene all’inizio, poi è anche un limite».

Negli Anni 70 si parlava e si scriveva molto, ho uno scaffale di diari di allora…

«Si scrivevano canzoni più lunghe, ma anche le canzoni lunghe di allora non sono paragonabili ai rapper di adesso, che usano milioni di parole. Fanno letteratura, non poesia. Dylan l’ha anche detto che doveva prendere il Nobel per la poesia non per la letteratura. La poesia prevede un coinvolgimento sentimentale ed emotivo fortissimo. Trovare poesia nelle canzoni di oggi di denuncia è difficile, Lilly lo era».

Penso a «L’anno che verrà» di Lucio Dalla, è perfetta ancora adesso…

«Lui ha lottato tutta la vita per acquisire i mezzi per riuscire a esprimere qualcosa di sé. Ha imparato dalla Pallottino e Roversi, e poi ha fatto un sacco di belle canzoni, e l’ha comunicata agli Stadio, a Curreri, a Samuele Bersani, tutti figli poetici di Dalla. Io e De Gregori abbiamo deciso che quella che poteva meglio rappresentarci oggi è Canzone di Lucio e Bersani. Con De Gregori è stato proprio “Gli amori fanno giri immensi e poi ritornano...”. Sono percorsi umani. La cosa bella e predominante non è il lato artistico ma due amici che si sono ritrovati nella quotidianità».

Perché c’avete messo così tanto?

«Ognuno aveva da percorrere la sua strada, a un certo punto se sei veramente amico ti ritrovi. Siamo come allora quando ci frequentavamo, vacanze insieme… ».

In cosa è cambiato Francesco?

«Oggi mi sembra che le parti si siano invertite. Io sono più rompicoglioni, radicale, e lui invece si è vendizzato, è più aperto alla gente, fa vita sociale molto più di me».

Quale sua canzone ti sarebbe piaciuto scrivere?

«Lui ha scritto “i poeti che brutte creature/ogni volta che parlano è una truffa” (in Storie di Ieri, riferito a Mussolini). Man mano che passa il tempo le canzoni diventano montagne, Viva l’Italia, Generale, La Storia Siamo Noi, Sempre Per Sempre, che sono i brani che canteremo. Abbiamo fissato il nostro concerto all’Olimpico per il 17 luglio, ma forse ritorneremo al 5 settembre, come era previsto quest’anno. Farne uno da 100 mila non è come farne cinque da 20 mila. Magari faremo anche una tournée, ma come quello non ce ne sarà mai più un secondo»

È vero che t’hanno candidato a sindaco?

«Non mi ha candidato nessuno. Dovrei candidarmi io, come fa Calenda che si candida da solo aspettando rinforzi. Mah, credo che a Roma una persona senza apparato non possa riuscire a vincere».

Sì, vabbè, ma lo faresti o no?

«Ho l’età giusta…solo che è un brutto mestiere, dovrei rinunciare a tutto, le canzoni, i concerti. Le cose più belle sono le canzoni e i sogni realizzati. Se riuscissi a prendere il 100 per cento di tutto l’amore che c’è nelle canzoni e riuscissi a portarlo in Roma mi farebbe piacere. Però…».

Che profilo deve avere un Sindaco per gestire questa città così difficile?

«Deve avere un progetto serio, che somigli a un sogno e sia concreto come il cemento. Un sognatore che deve costruire qualcosa che non c’è».

Per chiudere: il tuo carattere, non facile; benedetti gli amici e soprattutto le donne che ti stanno al fianco…

«Tutte leggende (ridendo). Oggi penso, purtroppo, di cominciare a conoscerle, le donne. Potrebbe essere un vantaggio da un punto di vista pratico, e uno svantaggio per scriverne. Adesso ho la certezza di non essere sessista, ma durante la mia vita non son stato sempre così, qualche sbandamento sessista c’è stato, qualche attimo di violenza verbale, di umiliazione».

Cosa chiedi a chi ti deve stare al fianco, e cosa dai?

«Devi dare la verità di te stesso, e quando questo crea dei problemi devi confrontarti con quella parte di te che lei contesta. Devo fare un complimento a chi mi sta accanto, sei anni! Ho scoperto l’amore e di saper amare, e devo dire che mai mi sarei aspettato un Venditti assolutamente fedele. Ho capito che amo il dolore di una donna, la sua esperienza, rispetto il suo passato. Ho avuto sempre donne molto competitive nei miei confronti, dovevo difendermi, quindi attaccare. Invece quando scopri che una donna ti ama senza se e senza ma, anche tu cominci ad amarla per quello che è, ti fidi».

Qual è il tuo lato che si fa amare?

«Sono come dovrebbe essere un uomo, forte quando serve e…».

«Forte e tenero se vuoi», l’hai già scritto…

«Senza dover dimostrare nulla, dare tutto te stesso, le speranze, i successi. Serve amare l’aspetto spirituale della tua donna, la parte femminile della tua donna, il sesso è una grande spinta, ma è anche un atto di violenza, tramutarlo in un atto d’amore… ecco, quello è l’amore».


 

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