L'atelier dell'artista mantovana Antonella Gandini: uno spazio chiuso, ma aperto verso le colline

Viaggio nell’atelier di Monzambano: è una struttura semplice, fatta di legno e di ampie vetrate.  «Trasformo la realtà con una vena surreale»

MONZAMBANO. «Il mio atelier è uno spazio chiuso dentro allo spazio aperto delle colline». Lo definisce così Antonella Gandini il suo studio creato con la ristrutturazione di un vecchio edificio rurale nel retro della sua casa a Monzambano. «Ho iniziato lavorando tanto en plein air anche se i miei lavori non sono mimetici della realtà - racconta l'artista, 62 anni, laureata in filosofia e diplomata all'accademia “Cignaroli” di Verona - La natura circostante ha condizionato la mia pittura, solo apparentemente lontana, perché trasformo quello che mi circonda in una prospettiva più intimista, lavorando con il subconscio e una vena di surreale».

L'atelier è una struttura semplice, fatta di legno e di ampie vetrate. «Ho avuto diversi studi all'interno della mia casa che è molto grande: in soffitta, nel rustico, poi, cinque anni fa, ho deciso di realizzare questo, un luogo dove sto bene, che vivo con piacere e che, insieme a mia figlia Linda, non appena si potrà vorremmo aprire ad adulti e bambini - racconta Gandini che ha lavorato a lungo nella scuola e nell'abito della didattica - Vorrei che questo continuasse ad essere uno spazio condiviso capace di mantenere una dimensione sociale del fare arte».


Da sempre la lettura estetica riguardante il rapporto tra immagine e parola è stato il focus della poetica di Gandini, attenta disegnatrice, sperimentatrice di materiali diversi, pittrice e scultrice concettuale, con interessi per la fotografia e la video-art. Lavori sofisticati, da interpretare e con cui interagire, con una chiara matrice al femminile, sono esposti nel soppalco e al piano terra dello studio dove un lungo e attrezzato tavolo di lavoro è affiancato da comodi salotti per la conversazione, librerie e tappeti inondati di luce.

«Non ho mai sofferto di solitudine grazie alla capacità di utilizzare il tempo - spiega - Quando leggi o insegui le idee e hai un'attività interiore non sei sola. Per quanto riguarda il Covid l'ho preso subito, nel marzo scorso, non grave ma tanto da essere ricoverata. L'esperienza dell'isolamento e della quarantena mi hanno fatto pensare alle persone più duramente colpite: bisogna trovare un equilibrio tra l'essere bloccati e il pensare al futuro».

Di progetti la Gandini ne ha molti e, anche nel periodo più difficile del lockdown e della malattia, ha continuato a lavorare. «La rete e il web in genere, i social, nella loro freddezza, ti consentono comune di continuare a stare nella relazione con gli altri artisti, galleristi, editori, fotografi - conclude - Nel 2019 avevo pensato al progetto “Gabbie, istruzioni per l'uso”, realizzato in una mostra quasi profetica, con Franco Piavoli e Armida Gandini, lo scorso autunno in una galleria ipogea a Matera. È un lavoro sull'immagine della donna ingabbiata dai pregiudizi sociali, e non solo, che ha fatto emergere una condizione molto diffusa in questo tempo di pandemia».
 

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