L’arazzo di Giulio Romano torna a Mantova

La cordata composta da Ministero, Ducale e Fondazione Te ha concluso la lunga trattativa. Il prezzo: trecentomila euro

MANTOVA. L’arazzo Venere spiata da un satiro, con i puttini di Giulio Romano è assicurato per un milione di euro. Nascosto dietro un pergolato, il satiro ammira le nudità della dea mentre un nugolo di puttini alati gioca e si fa qualche innocente dispettuccio. Montano l’un l’altro in groppa, alcuni pescano o salgono sugli alberi, scuotono i rami per fare cadere le mele, uno assaggia il frutto, un altro si toglie una spina dal piedino (una sorta di “putto spinario” di ispirazione classica).

È l’età dell’oro, a felice immagine del ducato voluta da Federico II Gonzaga, committente di questa meraviglia tornata a Mantova dopo secoli. Nella cordata per acquistarla si sono messi insieme il Ministero dei beni culturali con 260mila euro, il nostro Palazzo Ducale con 10mila e la Fondazione Palazzo Te con i 30mila che hanno sbloccato la difficile trattativa privata col collezionista e gallerista Raffaele Verolino, di Modena, conclusa sotto Natale.


«Ho dedicato a quest’operazione molte energie e qualcuno potrebbe scherzare dicendo che avrei fatto prima a tesserlo, l’arazzo. Ma non ne sarei capace. Un’opera così, frutto dell’incontro tra la sbrigliata e inesauribile fantasia di Giulio Romano e la perizia tecnica di Nicola Karcher, auspice la committenza del duca Federico, è qualcosa di unico. Più volte sembrava di essere davanti a un vicolo cieco, ma abbiamo mantenuto viva la trattativa e alla fine la nostra perseveranza è stata premiata» dice Stefano L’Occaso direttore del Ducale che esprime gratitudine alla Direzione Generale Musei del Mibact, alla precedente direttrice del Ducale Emanuela Daffra e alla Fondazione Te il cui supporto è stato determinante.

«La Direzione Generale Musei ha voluto fornire il pieno appoggio a Palazzo Ducale di Mantova nell’acquisizione di questo prestigioso arazzo rinascimentale» sono le parole di Massimo Osanna, direttore generale dei musei. L’arazzo, dotato di licenza di esportazione, rischiava di finire all’estero. Una fortuna dunque, 300mila euro per un capolavoro che vale più del triplo: alto 4 metri e 10 centimetri e largo 4 e 50, in lana e seta (ordito di 6-7 fili per centimetro) eseguito su cartone di Giulio Romano nel 1539-1540 da Karcher, nato a Bruxelles, morto a Mantova nel 1562.

«Quando il duca di Mantova si mise in testa di impostare un’arazzeria in città, o meglio in San Giorgio, chiamò a corte Karcher e i suoi collaboratori, garantendogli condizioni operative eccezionali» dice L’Occaso.

Un lavoro di grande abilità artistica durato un paio d’anni che occupava fino a 11 tessitori. «L’artista nordico era tra i più celebri tessitori dell’epoca e le corti italiane se lo disputavano. Il nostro arazzo - prosegue il direttore del Ducale - vanta le attenzioni dei più importanti studiosi a livello internazionale e ci riporta con la fantasia a quegli anni incredibili, di metà Cinquecento, quando chi voleva essere aggiornato sui fatti dell’arte, doveva venire a studiare le opere realizzate da Giulio Romano per i Gonzaga».

Nonostante lo stato di conservazione dell’arazzo non sia perfetto (sebbene addolcito da un restauro di gusto antiquariale), l’importanza storica e il significato simbolico sono quelli di un vero capolavoro del Rinascimento.

Il disegno preparatorio di Giulio Romano è oggi conservato nella Devonshire Collection a Chartsworth in Inghilterra, mentre un frammento di cartone policromo, che raffigura il dettaglio dei puttini che giocano con una lepre, è a Parigi al Museo del Louvre.

L’arazzo, il primo di una serie completata dal cardinale Ercole Gonzaga reggente della città dopo la morte di Federico II avvenuta nel 1540, appartenne ai Gonzaga almeno fino a tutto il Seicento.

Riemerse poi agli inizi del Novecento a Vienna.

Nel 1972-1973 fu segnalato a Londra sul mercato antiquario e acquistato dal grande storico dell’arte Federico Zeri: alla sua morte nel 1998 giunse agli eredi, quindi nel 2005 a Raffaele Verolino che lo ha venduto allo Stato italiano.

Se la reggia gonzaghesca dovesse aprire a breve, l’arazzo verrebbe esposto in Castello, nella sala del Sole.

Dopo luglio, sempre in Castello, la sua destinazione sarà la sala delle Armi.

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