Virgilio, perché proprio lui? Perché era poeta e non un santo

Siamo al primo di una serie di interventi che ci accompagneranno in questo settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri. Questo primo contributo nasce dall’idea che sia possibile “leggere” la Divina Commedia e non solo “studiarla”.

MANTOVA. Come molti di noi ricorderanno dai tempi della scuola, all’inizio del suo viaggio Dante si trova smarrito in una selva oscura. Le note a piè di pagina spiegano che è la primavera dell’anno 1300 e lui ha 35 anni, ma Dante tutto questo non lo dice subito - verrà chiarito al lettore a poco a poco, nel corso del viaggio. Per il momento Dante dice che si è ritrovato nella selva (cioè si è trovato di nuovo, ha ripreso coscienza di sé, come risvegliandosi da un “sonno”) “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Non della sua vita, ma della nostra, della vita di tutti noi lettori.

Fin dal primo verso, quindi, siamo personalmente coinvolti: Dante racconta un’esperienza individuale, che però ci riguarda tutti, perché tutti siamo “nel mezzo” di un percorso, di un viaggio, sempre - a venti come a settant’anni...; e tutti sappiamo per esperienza o diretta o indiretta cosa vuol dire ritrovarsi (cioè accorgersi di essere finiti chissà come) in una situazione all’apparenza disperata e senza via di uscita.


Come è noto (sono ancora ricordi scolastici), Dante spera inizialmente di cavarsela con le proprie forze. Ma tre fiere (una lonza, un leone e una lupa) gli impediscono di proseguire il cammino intrapreso con troppo ottimismo e lo ricacciano nell’oscurità della selva, “là dove ’l sol tace”. Ed è a questo punto che gli si presenta l’anima di Virgilio, il grande poeta mantovano del I secolo a.C.: il quale promette che, per salvarlo, gli farà da guida attraverso l’Inferno e il Purgatorio, e lo lascerà poi nelle mani di un’altra guida (cristiana e non pagana come lui) per visitare anche il Paradiso.



Perché Virgilio?

Dobbiamo renderci conto che la scelta di Virgilio come guida era, per il lettore di Dante, del tutto inaspettata e assai ardita. Perché il poeta, per giungere fino a Dio, non si fa guidare da un santo, da un teologo, insomma da una figura di rilievo della religione cristiana? Perché sceglie prima un poeta, per di più pagano, e poi (lo si capirà nel II canto) un’oscura ragazza, Beatrice, che ha come unico merito quello di essere stata da lui stesso amata e cantata nelle opere giovanili?

Limitiamoci per ora a Virgilio. Dante risponde subito alla domanda che non poteva non sorgere nella mente del lettore trecentesco - ed è un’altra sorpresa. Virgilio era considerato all’epoca un “precursore” del cristianesimo: nella IV Bucolica, per limitarci al caso più noto, si leggeva una profezia dell’avvento di Cristo. Ma la cosa sorprendente è che Dante non sceglie affatto Virgilio per questa ragione: lo sceglie, dice, per il suo stile (il “bello stilo che m’ha fatto onore”), cioè per la sua grandezza poetica. Nel II canto, quando Virgilio racconta a Dante il suo colloquio con Beatrice, Beatrice stessa ribadirà il concetto: Virgilio viene lodato non per la sua sensibilità precristiana, ma per la “fama” che gli ha procurato la sua “parola ornata”, per il suo “parlare onesto” (cioè elevato, nobile) “ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.

Poesia e filosofia

Non dobbiamo dimenticare che la Divina Commedia costituisce per Dante un ritorno alla poesia, dopo i lunghi anni in cui si era dedicato prevalentemente a opere in prosa, e di carattere saggistico: il De vulgari eloquentia e il Convivio. Opere evidentemente inadeguate, secondo l’autore, che le ha interrotte per intraprendere il nuovo e definitivo progetto: un grande racconto in versi, come l’Eneide.

Dante dunque sceglie Virgilio in quanto sommo poeta. E introduce così, già in questo I canto, uno dei temi decisivi del suo poema: la poesia ha per lui una funzione salvifica, è in grado (meglio della filosofia, meglio della teologia) di trasmettere il messaggio universale che il poeta affida alla sua opera, un invito alla conversione morale dell’intera umanità.

Certo, la poesia può anche contribuire alla perdizione (lo vedremo nell’episodio di Paolo e Francesca) e può restare per così dire “inattiva” (come dimostra il destino di altri poeti che troviamo all’Inferno: Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Bertran de Born). Ma se è religiosamente ispirata, nutrita di filosofia e di teologia, è lo strumento di cui Dio stesso si serve per aiutarci sulla via del bene. Dante ne avrà conferma dal bisavolo Cacciaguida, che al centro esatto del Paradiso gli spiegherà: Dio ti ha concesso il privilegio di visitare da vivo l’aldilà perché sei un grande poeta, e il tuo compito è raccontare la tua esperienza perché tutti possano giovarsene.



Lo stile comico-sublime

Torniamo al primo incontro fra Dante e Virgilio. C’è una seconda domanda decisiva che il lettore ideale della Divina Commedia non poteva evitare di porsi: perché, quando si presenta a Dante, Virgilio dice di essere l’autore dell’Eneide (“Poeta fui, e cantai di quel giusto / figliuol d’Anchise”...) e non cita mai le Bucoliche e le Georgiche?

Nelle scuole del tempo di Dante, queste tre opere erano universalmente proposte come esemplari per la perfetta corrispondenza di stile e contenuto: le Bucoliche trattano della vita pastorale, e sono scritte in stile umile; la Georgiche sono un poemetto didascalico che insegna le tecniche di coltivazione e di allevamento, e sono scritte in stile mediocre; l’Eneide è un poema epico che narra vicende di dèi ed eroi, ed è scritto in stile grave o tragico (e viene infatti chiamata “tragedìa” da Virgilio, nel canto XX).

Il messaggio

Che cosa vuol dire Dante al suo lettore con questo silenzio sulle prime due opere virgiliane? La Divina Commedia non è scritta in stile tragico, e viene infatti chiamata “comedìa” (da Dante, nel canto XVI). Eppure Dante elogia Virgilio per il “bello stilo” e Beatrice conferma: “parola ornata”, “parlare onesto”. Dunque?

Possiamo sintetizzare così: Dante sta avvertendo il lettore che la teoria degli stili (su cui aveva a lungo riflettuto nel De vulgari eloquentia) va dimenticata: Virgilio, poeta pagano, era costretto a rispettare le regole. Dante, poeta cristiano, ha l’esempio del Vangelo, che racconta in stile umile la storia più sublime di tutte (l’incarnazione e il sacrificio del Figlio di Dio): la sua opera, ispirata da Dio, può quindi essere, nello stesso tempo, “comedìa” e “poema sacro”.

Il lettore è avvertito: massima libertà, stilistica e non solo. Le sorprese sono appena cominciate. —

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