La scultura, i colori e la Patafisica di Conti: «Il mio lavoro è sempre fatto con ironia»

Nello studio del docente in pensione, artista e performer che ora è anche direttore del Muvi di Viadana 

VIADANA.  «Il mio studio è un luogo dove sto molto bene. È il mio mondo dove entrano solo gli amici, se invitati. A volte non faccio niente, mi siedo, accendo la radio. È indispensabile per me avere uno spazio tutto mio, incontaminato, l’ho sempre avuto. Qui ogni cosa è messa secondo una mia scelta. Per chi svolge attività artistiche credo che sia indispensabile». Sono le parole di Paolo Conti, bolognese di origine, classe 1952, docente in pensione, artista e performer ora anche direttore del Muvi, il Museo di Viadana, dove abita. Il suo studio è in uno spazio grande, allestito in un vecchio capannone a Cicognara, dove Conti ha suddiviso le zone dedicate alla falegnameria, alla lavorazione del ferro e un atelier vero e proprio dove disegna e dipinge oltre a pensare.



«Ho comprato questo studio nel 2010, poi con la liquidazione l’ho ampliato. Prima ero in una casa colonica,ma mi hanno dato lo sfratto - racconta Conti, insegnante al liceo artistico “Paolo Toschi” di Parma dal 1983 al 2012 - Ci vengo solo quando ho davanti a me un po’ di tempo, se ho solo un’ora lascio perdere. A casa non faccio niente, nemmeno disegno. Durante il lockdown della primavera scorsa scappavo, stavo in studio tutta la giornata e ho realizzato opere ispirate dalla pandemia».



La carriera artistica di Paolo Conti è sfaccettata: docente, scultore e pittore, oltre a promotore di eventi culturali fin dai primi anni Novanta del secolo scorso, quando ha partecipato all’esperienza viadanese della Patafisica. «Nasco come scultore e il mio lavoro è improntato sulla leggerezza - racconta tra le sue opere, prevalentemente in tondino di ferro e lamiera - I miei maestri ideali sono Melotti, Calder e Brancusi. Sono anche performer, ho fatto molti happening, qualcosa c’è anche su youtube, alcuni con il Gruppo del Poi, composto da miei ex studenti. Mi sono ricoperto di piume, di cioccolato, ho volato sorretto da una gru, dipinto di vari colori. Tutto il mio lavoro è sempre avuto un aspetto ironico».

Nello spazio più grande si trovano tutte le sculture in ferro, grandi e piccole, alcune opere in gesso, come una serie di grosse mani, le macchine inutili, comunque funzionanti, ispirate a Duchamp, compresa una che fa le bolle di sapone. Anche la pittura gioca da sempre un ruolo importante, andandosi spesso a intrecciare con le opere tridimensionali, in un flusso artistico senza soluzione di continuità. «Ultimamente disegno e dipingo molto, mi è più comodo - aggiunge, seduto nella poltrona del suo studio, circondato da stravaganti cappelli utilizzati per le performance di body art - Il mio formato ideale è standard, 100x70, su una carta da 160 grammi che fatico sempre più a trovare. La distinzione tra figurativo e astratto oggi non esiste più, almeno per me, è una categoria degli anni Settanta del Novecento, non più attuale. Faccio quello che mi sento». 





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