Quando gli orfani e i figli dei poveri svernavano in città

Dal 1945 al 1948 migliaia di bambini senza genitori o di famiglie in condizioni di povertà vennero trasferiti nel nord Italia dalle periferie di grandi città industriali (Milano e Torino) e poi dal Mezzogiorno. ''I treni dell'accoglienza'' dedica un capitolo anche a Mantova

MANTOVA. La guerra era appena finita: dal 1945 al 1948 migliaia di bambini senza genitori o abbandonati o di famiglie in condizioni di estrema povertà vennero trasferiti nel nord Italia dalle periferie di grandi città industriali (Milano e Torino) e poi dal Mezzogiorno. Insieme a partiti, sindacati, enti pubblici e privati, laici e confessionali, a realizzare l’operazione su vasta scala furono principalmente l’Unione donne italiane e il Partito comunista, sostenitori di una politica di assistenza.

Fu un esodo di massa dalle aree più disagiate del Paese a quelle dove le condizioni di vita erano relativamente migliori. L’obiettivo immediato era che i bambini superassero i mesi invernali, ma alcuni di loro restarono più a lungo con le famiglie che li avevano accolti e infine non ritornarono a quelle di origine. Di questo parla il libro di Bruno Maida “I treni dell’accoglienza” (Einaudi, XIV-362 pagine, 32 euro).


Un paragrafo si intitola “I treni per Mantova”, dove le note al testo – siamo tra il novembre 1945 e il giugno 1946 – rimandano a documenti, a quotidiani e riviste nazionali e a Mantova Libera, organo del Comitato di liberazione nazionale, prima che nel luglio 1946 uno dei condirettori, Vittorio Chesi, chiudendo il giornale passasse a dirigere la rinata Gazzetta di Mantova. È Piero Dallamano, altro condirettore di Mantova Libera, a scrivere sull’organo del Cln il 16 dicembre 1945, inviato a Torino, un articolo sui mille bambini in attesa di trasferirsi: «Prima di inviare i bambini a svernare nella provincia di Mantova, le mamme torinesi hanno voluto sapere qualche cosa di preciso e di confortante».

Così una delegazione mantovana era arrivata alla camera del lavoro di Torino per dare rassicurazioni alle mamme e ai bambini «degli operai sinistrati, gli orfani di guerra, i figli dei reduci e dei partigiani, dei poveri». Dallamano prosegue: «L’iniziativa era comunista; ma poi e diventata di tutti, una faccenda cui tutti collaborano, dalla Chiesa che non è mai seconda in queste opere benefiche, ai medici di città e di paese, alle autorità».

Forse qualcuno di quei bambini che venivano da Torino e da altre parti d’Italia, vive oggi a Mantova, in città o in provincia.


 

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