Il doppio volto di Caronte segna la sfida tra maestro e allievo

Il rapporto tra i due è segnato dall'ambivalenza tra veleni e lunghi silenzi

Fin dalle prime battute, il lettore attento si accorge che il rapporto fra Dante e il maestro Virgilio è segnato dall’ambivalenza. Virgilio è certo il grande maestro, ammirato e venerato da Dante, ed è il “dolcissimo patre” che aiuta e rassicura il “figliuolo”; e tuttavia esiste fra i due poeti una tensione sotterranea, che diventa ben presto rivalità esplicita.

Pensiamo per esempio ai primi momenti del loro rapporto. Quando gli si presenta l’anima del poeta mantovano, la prima reazione di Dante alla vista inaspettata è un grido non di felicità, ma di terrore: “Miserere di me!” (che è anche la prima battuta di discorso diretto del poema, traduzione dal salmo 51: il lettore a cui Dante pensava ovviamente lo riconosceva senza bisogno di note). Subito dopo la situazione si rasserena, e l’apparizione che ha spaventato Dante si rivela essere l’autore dell’Eneide e suscita fiducia e speranza, proponendosi come guida nell’Inferno e nel Purgatorio. (Anche la conoscenza dell’Eneide è patrimonio del lettore ideale di Dante: Enea infatti è indicato con una lunga perifrasi, il “giusto / figliuol d’Anchise che venne di Troia...”, incomprensibile per chi ignori la trama del poema latino. Dante, un pezzo alla volta, costruisce il ritratto del suo lettore attraverso una biblioteca condivisa).

Fiducia con riserva

Paura e speranza sono le emozioni che spingono Dante ad accettare subito la proposta di Virgilio. Ma nella prima parte del suo racconto Dante “raddoppia” spesso, cioè ripropone due volte la medesima situazione, variandola; e nel II canto, colto dal dubbio, rimette in discussione la decisione appena presa. Non sarà stato folle a intraprendere un viaggio del genere? Prima di lui solo Enea e San Paolo hanno potuto visitare da vivi l’aldilà: l’uno è legato alle origini dell’Impero, l’altro alle origini della Chiesa, cioè delle due istituzioni che Dio ha voluto per garantire la felicità (temporale e spirituale) dell’umanità. Ma lui, Dante, perché dovrebbe avere questo privilegio? Chi gliel’ha concesso? E perché proprio a lui?

Le parole con cui Dante esprime a Virgilio questi ragionevoli dubbi non sono prive di un sottile veleno. Parlando di San Paolo, infatti, il tono è quello della certezza, la notizia del viaggio è contenuta nel testo sacro e quindi Dante dice semplicemente: “Andovvi” (nell’aldilà) “lo Vas d’elezione” (così si definiva San Paolo stesso).Viceversa, sembra che sul viaggio di Enea sia possibile nutrire qualche dubbio: “Tu” (Virgilio) “dici che...”; e subito dopo, se per caso non avessimo inteso: “Per quest’andata onde li dai tu vanto”, cioè per questo viaggio di cui tu lo rendi degno. L’autorevolezza di Virgilio, insomma, non appare indiscutibile.

Il “famoso saggio” capisce l’antifona e risponde da par suo con questo zuccherino: “l’anima tua è da viltade offesa; / la qual molte fïate l'omo ingombra / sì che d'onrata impresa lo rivolve, / come falso veder bestia quand’ombra”. Chiarito che Dante è un vile e una bestia, Virgilio si addentra in una lunga e complicata spiegazione, il succo della quale è che il viaggio nei tre regni dell’aldilà è patrocinato da Beatrice, la fanciulla a cui Dante ha dedicato il suo capolavoro giovanile, da Santa Lucia e addirittura dalla Madonna. (Si aggiunge un nuovo tassello alla biblioteca del lettore ideale: dopo la Bibbia e l’Eneide, la Vita Nuova, di cui la Commedia è, diremmo oggi, il sequel.).

La spiegazione di Virgilio è rassicurante sul piano psicologico, ma risponde solo alla seconda delle tre domande sopra ricordate. Per le altre due, bisognerà aspettare l’incontro con Cacciaguida, in Paradiso, quando Dante verrà ufficialmente investito della sua missione e il lettore capirà che, come Enea e come San Paolo, anche lui è un “fondatore”: non più dell’Impero e della Chiesa, ma della nuova umanità che dalla lettura del suo poema dovrà uscire convertita.

Rassicurazioni e rimproveri

Proseguiamo. Siamo al canto III. Dopo aver letto i versi scritti sulla sommità della porta infernale (“Per me si va nella città dolente”) il poeta fiorentino è smarrito e Virgilio prima lo tranquillizza a parole e poi lo prende per mano, “con lieto volto”, introducendolo “a le segrete cose”. È un gesto rituale, questo di Virgilio, che segna il momento solenne del passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti (ce ne sarà un secondo, per quella tecnica del “raddoppio” di cui si diceva, alla fine del canto: l’attraversamento dell’Acheronte). Ma è anche un gesto di dolcezza straordinaria.

Subito dopo, tuttavia, Virgilio si conferma capace di altrettanta severità. Dante scorge gli ignavi, coloro che non hanno scelto né il bene né il male e sono quindi esclusi sia dal Paradiso sia dall’Inferno vero e proprio. Inevitabile che le domande si affollino nella sua mente. Virgilio risponde alle prime due, ma alla terza gli tronca la parola sulle labbra: “Le cose ti fier conte”, cioè ti verranno chiarite, “quando noi fermerem li nostri passi / su la trista riviera d'Acheronte”. Dal punto di vista narrativo, è una soluzione perfetta: la serie di domande e risposte annoierebbe, se continuasse senza variazioni, e il cambio di ritmo sollecita l’attenzione del lettore.

I due Caronti

Il mezzo rimprovero del maestro suscita nell’allievo un lungo silenzio (Dante non apre più bocca in tutto il canto), ma è anche all’origine del primo caso di emulazione esplicita da parte di Dante, ambivalente come tutte le emulazioni, che sono un omaggio al maestro e insieme un tentativo di superarlo.

Sulla riva del fiume Acheronte, Dante vede le anime destinate all’inferno che si affollano per salire sulla barca di Caronte (le anime sono nude: dobbiamo immaginare che lo sia anche Virgilio? Gli illustratori non hanno mai osato rappresentare il poeta augusteo senza la sua veste bianca, ma il dubbio è legittimo). Ora, il lettore a cui Dante pensava aveva nella mente la descrizione virgiliana del traghettatore infernale, che si trova nel VI dell’Eneide. E coglieva perciò il valore di sfida poetica di questo episodio.

Apparentemente, Dante traduce: nemmeno un particolare della sua descrizione è inventato, tutto è ripreso da Virgilio. Non solo: la descrizione di Virgilio è più ampia, più ricca di particolari, laddove Dante si sofferma su pochi elementi - la prima impressione generale (un vecchio che urla), poi la messa a fuoco del volto (ridotto alla barba e agli occhi infuocati), infine alcuni gesti precisi (Caronte guida le anime con lo sguardo e “batte col remo qualunque s’adagia”). Il risultato di questo “rimontaggio” è estremamente incisivo: Virgilio ci propone un ritratto statico, disperdendosi in particolari inessenziali (la vela, il mantello sudicio...); Dante invece mostra sempre il personaggio in movimento, mentre interagisce - con lui stesso, con Virgilio, con le anime dannate.

Virgilio sconfigge facilmente la prima creatura demoniaca che tenta di ostacolarlo, appellandosi alla volontà divina: “Vuolsi così cola dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare”. Ma nel primo confronto diretto con l’allievo lo sconfitto è lui. Il “nuovo” Caronte era destinato a soppiantare l’antico presso i lettori di tutto il mondo.

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