Un tour nell’archivio di palazzo Ducale tra foto e documenti che narrano la storia

Tra gli scritti interessanti  anche quelli della Prima Guerra mondiale che riguardano la messa in sicurezza della Camera degli Sposi: nell'eventualità di bombardamenti la Camera Picta fu protetta da sacchi pieni di alghe secche

Da dove partire per parlare di carta? Da un incendio che bruciò la carta insieme alle altre cose e non lasciò che cenere e fumo. Nel 1714, a Mirandola, un fulmine colpì la polveriera del palazzo dei Pico e quasi tutto andò a fuoco, ma non gli inventari dei beni della casata.

Inventari che oggi si trovano al terzo piano della Domus Nova, nell’appartamento del Paradiso fatto costruire dal duca Ferdinando Gonzaga nel 1616, oggi sede della direzione di Palazzo Ducale e dell’archivio storico e fotografico.


Oltre agli inventari, dal rogo mirandolese si salvarono alcune opere d’arte che ora sono in Corte Vecchia: dipinti (la maggior parte ritratti), due busti in marmo del ’600 di Lorenzo Ottoni e la testa di Moro in marmo nero e marmi colorati sopra una porta nella sala dei Fiumi.

A introdurci nell’archivio sono Michela Zurla e Cristina Garilli, le responsabili.

L’archivio non è aperto al pubblico, ma facendo richiesta le porte si aprono e ci si immerge in tante cose interessanti e poco conosciute.

Come i documenti che servirono ad Alessandro Luzio per ricostruire la storia degli arazzi, ora in mostra al Ducale, tessuti nel ’500 da maestri fiamminghi su cartoni di Raffaello.

Quei documenti sono importanti perché nel 1914 consentirono a Luzio di scrivere un articolo e dimostrare che i capolavori di trama e ordito erano stati acquistati non dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria ma dal Real Palazzo Ducale mantovano.

Cosa non di poco conto in quanto permise, dopo la fine della prima guerra mondiale, di farli rientrare da Vienna a Mantova. Se li avesse pagati Maria Teresa, gli austriaci avrebbe potuto dire a buon diritto che erano di loro proprietà. Siccome li abbiamo pagati noi, sono invece nostri e qui da noi devono stare e stanno.

I documenti usati da Luzio sono stati ritrovati nella carte del Ducale proprio in occasione della esposizione degli arazzi e dopo il 6 giugno, a mostra “Raffaello trama e ordito” conclusa, passeranno all’Archivio di Stato di Mantova, dove originariamente si trovavano. In passato l’archivio storico del Ducale era più cospicuo di adesso.

Il fondo della Scalcheria e amministrazione del Palazzo è stato versato nell’Archivio di Stato in varie riprese dal 1976 in poi: si tratta di documenti datati dal 1584 al 1960 circa, mentre gli atti più recenti sono rimasti in Ducale.

Lo strano nome, Scalcheria, è perché - ci spiegano - nel ’700 fu così chiamata una sala dell’appartamento di Isabella d’Este, dove si trovavano ammucchiati i documenti in un bel disordine. La scalcheria era il luogo riservato allo scalco come direttore di mensa. La mansione dello scalco consisteva soprattutto nel trinciare le carni e servirle ai commensali.

Si potrebbe dire - per scherzare - che il menù era “alla carta”. Nell’archivio ducale rimasto a casa, cioè nell’appartamento del Paradiso, i documenti datano dalla fine dell’800 in maniera discontinua fino a oggi. Interessanti sono quelli che riguardano la messa in sicurezza della Camera degli Sposi durante la prima guerra mondiale: la camera picta era protetta da grandi sacchi pieni di alghe secche (probabilmente dei nostri laghi) e di materiali morbidi per proteggere i muri da eventuali bombardamenti austriaci.

Ci sono poi 427 stampe antiche, vedute di Mantova, mappe, xilografie e tutte le incisioni di Antonio Carbonati (1893-1956) per sua volontà testamentaria. Poi le richieste degli studiosi e le loro corrispondenze con il Ducale (c’è una lettera di Ernst Gombrich del 1932) e anche una raccolta - sta per essere informatizzata - di articoli della Gazzetta di Mantova degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso.

Abbiamo aperto una cartellina che contiene articoli del 1957 e 1958 su palazzi mantovani: villa Silipirandi a Cavriana, villa Cantoni a Sabbioneta, la “Giraffa” a Goito, la “Croce” ad Asola, Ca’ Turchetti a Castiglione Mantovano, la “Chauvenet” a Roverbella, Casa Franchetti a Canedole, Casa Zani a Villimpenta e altri edifici. C’è poi l’archivio fotografico, a partire dagli anni ’20 del ’900, ricchissimo, con negativi su lastra di vetro e su pellicola, e foto su carta sensibile: veri e propri documenti storici che mostrano, per esempio, la rotonda di San Lorenzo che nel 1908 sta letteralmente uscendo dai muri che la racchiudevano. 

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