Ecco la biblioteca del Seminario: oltre 120 mila volumi raccolti già dal ’500

Itinerario con don Cenzato, direttore dell’Archivio diocesano  
Tra i tesori conservati ci sono anche 22 incunaboli e più di mille cinquecentine

Al numero 20 di via Cairoli, dall’interrato al sottotetto sono cinque i piani della biblioteca, che in embrione prese forma nel 1594, fondata insieme al seminario dal vescovo Francesco Gonzaga.

Ma allora il seminario non era dov’è adesso, la biblioteca era molto più piccola e forse le bastava un piano o solo qualche locale. Nel 1594 stava in piazza Seminario, nell’edifico che sorgeva dove ora c’è la scuola media Alberti. Nel 1835-1836 il seminario passò dall’altra parte della strada (contrada del Vescovato, oggi via Fratelli Cairoli) e la biblioteca si ampliò «in oltre 400 anni tenendosi al passo coi tempi» dice don Massimiliano Cenzato, direttore dell’Archivio diocesano, che – arrivato da piazza Sordello, anche lui ha passato la strada – ci accompagna nel giro.


Al passo coi tempi sono le nuove pubblicazioni teologiche, l’abbonamento a una cinquantina di riviste italiane e internazionali, oltre alla “Genialogiae Deorum” di Boccaccio (stampata nel 1481, forse la sua unica opera non andata all’Indice) e all’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert nell’edizione di Lucca nel 1758.

Insomma il seminario si è aperto (o non si è chiuso) a un autore discutibile, secondo la morale cattolica, e all’illuminismo. Saliamo le scale. C’è pace, silenzio. I mobili, gli armadi, sembrano senza tempo. Se dovessimo scegliere un’epoca – la sensazione è del tutto personale – diremmo che siamo nel Novecento. Molti libri sono in effetti del secolo breve. Negli ultimi decenni la biblioteca si è arricchita di fondi lasciati in eredità da preti defunti. Per la sacra scrittura, molto importante è il fondo di monsignor Antonio Bonora. Per la patristica e la storia della chiesa, il fondo di don Stefano Siliberti.

Ci sono poi quelli di don Antonio Salvato (parroco a Bancole, insegnante di latino e greco) e di monsignor Benito Regis, che diresse il settimanale “La Cittadella”.

I volumi di scienze religiose donati dai francescani sono 15.000. Il fondo Labus (cognome del donatore, un prete bresciano della prima metà dell’Ottocento) è archivistico, con diari di viaggio, copie di lettere e altro.

Di 5mila libri antichi consiste il fondo Arnò (cognome della donatrice, una signora di Taranto) arrivato qualche anno fa. Fatti i conti, tutta la biblioteca – dalla fine del Cinquecento a oggi – ha circa 120mila libri, compresa la parte antica di 20mila: spiccano 22 incunaboli, oltre mille cinquecentine, 1.600 edizioni del Seicento, 15mila del Settecento e alto.

Proseguiamo su una scala a chiocciola e arriviamo alla sala del libro antico. Ci aspettavamo una stanza tipo quelle nel film “Il nome della rosa”, buie, con mattoni a vista affumicati dalle candele e scaffalature vetuste trattate con l’antitarlo. Invece è nuova, voluta nel 2012-2013 dal rettore di allora don Antonio Mattioli.

I libri però sono antichi, così come si sono mantenuti nei secoli o restaurati. C’è una splendida Bibbia, tirata a Venezia nel 1476 da due maestri tedeschi dell’arte della stampa. Poi le Epistole di santa Caterina da Siena, volume edito a Venezia da Aldo Manuzio nel 1500, e L’Orfeo, favola posta in musica da Claudio Monteverdi, uscita a Mantova nel 1607 dai torchi dallo stampatore ducale Francesco Osanna.

L’archivio musicale ha circa 200 opere manoscritte di Lucio Campiani, di carattere religioso, compresa una messa da morto del 1867, dedicata a monsignor Luigi Martini, suonata per le esequie dei martiri di Belfiore.

I loro resti vennero trovati nel 1866 dal capomastro Pacifico Andreani mentre lavorava a Belfiore. Don Cenzato ci mostra due ex libris: del martire di Belfiore don Enrico Tazzoli (una decina di libri) e di monsignor Fermo Lanzoni, austriacante.

La biblioteca è aperta al pubblico lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18 (a causa della pandemia, su prenotazione: 0376 402211, biblioteca@seminariodimantova.it). Con la sua sobrietà, la Biblioteca del Seminario è una sorpresa, almeno per chi non è seminarista o studente o docente all’Istituto superiore di scienze religiose. Nell’accomiatarci scambiamo con don Cenzato qualche giro di parole, per esempio: «Se si frequentassero di più le biblioteche, ci sarebbe meno tempo per fare delle guerre», e altre frasi di circostanza. 
 

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