I Maneskin ci provano: «Vogliamo superare i confini nazionali»

La band vincitrice del festival di Sanremo e la censura. «Saremo all’Eurovision: abbiamo solo dovuto cambiare due parole» 

MILANO. «Siamo ribelli, ma non stupidi». “Zitti e buoni”, la canzone che ha portato i Maneskin sul gradino più alto del podio sanremese, è stata modificata per poter partecipare alla prossima edizione degli «Eurovision Song Contest» che si terrà all’Ahoy Arena di Rotterdam il 18, 20 e 22 maggio. Secondo il regolamento della manifestazione, nei testi delle canzoni in gara non sono ammesse parolacce o improperi con espliciti riferimenti sessuali né tanto meno possono essere portati sul palco discorsi o gesti di natura politica, commerciale o offensiva. «Non ci ha fatto piacere dover cambiare il testo, ma c’è un discorso di buon senso. Non potevamo farci eliminare dall’Eurovision per un paio di parolacce che non sono nemmeno il fulcro della canzone». E così Damiano, Victoria, Thomas ed Ethan parteciperanno all’Eurovision Song Contest con una versione di “Zitti e Buoni” più breve, 3 minuti contro i 3 minuti e 19 secondi, poiché il testo è stato modificato. Cancellata la frase «vi conviene toccarvi i co****ni» sostituita con un più tranquillo «vi conviene non far più errori». Eliminata anche l’esclamazione finale nell’ultimo ritornello «la gente non sa di che ca**o parla» per un più laico: «non sa di che cosa parla».

Anche Instagram ha imposto un veto alla foto che vi siete scattati nel camerino durante la finalissima di Sanremo. Uno scatto nel quale Damiano si toccava le parti intime in tono provocatorio violando il regolamento di Instagram «in materia di nudi e atti sessuali».


«Per la foto censurata di Instagram mi rendo conto di aver violato un protocollo e siccome con Instagram ci lavoriamo, non ho avuto problemi quando mi è stato comunicato che quella foto non andava bene».

Domani, a 2 anni dal debutto con “Il ballo della vita”, pubblicate “Teatro d’ira – Vol. I” e nel progetto ci sono anche due pezzi in inglese: “I wanna be your slave” e “For your love”. Come mai?

«Pensiamo di poter essere una band capace di andare oltre i confini nazionali - dicono in coro - e vi diamo un’anteprima: abbiamo inciso un pezzo con gli Struts di Luke Spiller anche se non sappiamo ancora quando uscirà. Luke ci ha proposto di partecipare anche a qualche data del loro tour europeo e ne siamo entusiasti».

Qual è il significato del titolo dell’album e da dove arriva la rabbia di cui si parla?

«Il teatro è una metafora in contrasto con la rabbia del titolo poiché è lo scenario dove questa prende forma. Non si tratta di una collera contro qualcuno in particolare ma di un’energia creativa che si ribella contro gli stereotipi dei quali spesso siamo stati vittime anche noi. Il teatro è dove tutto accade. Il palco di una grande arena, l’Ariston o quell’angolo di Via Condotti a Roma dove abbiamo cominciato a esibirci. Abbiamo catalizzato la nostra rabbia trasformandola in qualcosa di positivo, che porta a cambiare le cose contro gli stereotipi. La nostra rivoluzione. Per tutti quelli che in passato ci hanno detto: dove pensate di andare? Che fate? Per tutti i limiti che hanno provato a imporci».

“I wanna be your slave” è saltata subito all’orecchio insieme a “Coraline”.

«I wanna... ha un testo particolarmente colorito - dice Damiano - e molto incentrato sulla sessualità perché è il lato della vita dove ci si dovrebbe esprimere più liberamente, ma vorrei che si riuscisse ad andare oltre la volgarità. Con crudezza si possono raccontare le sfaccettature sessuali degli uomini. E’ un modo per dire che una persona può essere entrambe le cose, padrone o schiavo, senza dover per forza scegliere».

“Coraline” è storia vera.

«Sì, ma non ne voglio raccontare i particolari. Non è la storia del principe azzurro che salva la principessa, ma la storia - reale - di “appassimento” di questa ragazza, davanti al quale il cavaliere è semplice spettatore inerme».

C’è chi dice che non siete davvero rock.

«Non ci piace che ci venga impedito di fare le cose così come le vogliamo fare. Avere un’identità, portarla nel mercato mainstream e mantenerla, portare un pezzo come “Zitti e buoni” a Sanremo: se non è rock questo, cosa devo fare? Strappare la testa a morsi ai pipistrelli? Non siamo i Led Zeppelin e lo sappiamo, ma dateci il tempo. Siamo ragazzi che suonano strumenti analogici come la chitarra, la batteria e quando scriviamo facciamo la nostra musica. Nasciamo live, viviamo live e probabilmente moriremo live. Quando leggo che non siamo rock mangio, dormo e sto bene lo stesso».


 

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