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Il teatro di Moretti: «L’intransigenza dei bambini è lo stimolo più grande»

Parla chi vive di teatro dopo un anno di sospensione forzata. «Servirà aiuto per recuperare un pubblico affossato nella tv» 

MANTOVA. Dario Moretti incarna il teatro in tutti i modi possibili. Con il suo sguardo curioso, con la sua capacità di suscitare meraviglia, con l’abilità di dare forma e colore alla materia. È lui questa settimana a dare voce al teatro, che vive da un anno soffocato dalla chiusura.

Mi ha sempre incuriosito il suo inizio con i burattini. Ci racconta?


«Frequentavo il Carlo D’Arco. Avevo come amica Isa Benatti, all’epoca fidanzata con Ugo Zavanella. Loro ai tempi erano in contatto con Giordano Ferrari, uno dei più grandi burattinai insieme a Otello Sarzi. Giordano era di Parma e aveva una compagnia importante, innovativa. Manifestava un’insolita gestione dei burattini, con i ruoli che si sdoppiavano rispetto alle voci. Ugo e Isa, con altri, stavano costruendo una compagnia e io mi sono aggregato: usavamo i burattini costruiti proprio da Ferrari, che veniva a Mantova perché insegnava all’ospedale a quelli che avevano avuto l’operazione alle corde vocali. Ogni volta che veniva si fermava in via Calvi: lì c’era il laboratorio di Umano Verona che ci forniva gli impianti audio. Era il 1974. Ecco che abbiamo messo insieme lo spettacolo “Fagiolino e Sandrone nel castello misterioso”. Un giorno ci ha chiamato Tinin Mantegazza alla festa dell’Unità di Cesenatico. Una cosa incredibile. Da allora ho iniziato a frequentare Giordano: stavo nel suo laboratorio e lì ho imparato a costruire i burattini. Ho capito molto presto che era una cosa complessa; il teatro dei burattini è legato a tradizioni e dialetti».

Un tratto del suo teatro è la materia. Lei si costruisce da solo gli spettacoli. Perché?

«Ho una concezione totale dello spettacolo. Parto da un’idea e sviluppo testo, scenografie, pupazzi, pittura e altro ancora. Sto facendo uno spettacolo legato al teatro di figura: invece dei burattini in legno sto lavorando con la terra. Sto facendo pupazzi per usarli come fossero dei vasi con le sembianze dei personaggi».

Sbaglio o l’uso della materia è per lei di importanza pari al testo?

«Lo spettacolo è tutto. A me piace cambiare e sviluppare forme nuove su drammaturgia e materiali diversi. Continuo a cercare nuove vie da presentare. Così tengo vivi la mia passione e il mio entusiasmo. Il materiale è importante per sperimentare».

Perché ha scelto i bambini come pubblico privilegiato?

«Nel 1974 il teatro per l’infanzia non esisteva nemmeno: con i burattini mi sono avvicinato ai bambini. Frequentando il pubblico dei bambini, anche facendo laboratori, mi sono molto affezionato. E lo sa perché? Perché i bambini sono intransigenti e molto onesti. In più da loro si riceve tanto. Una cosa che faccio è sperimentare gli spettacoli già con il pubblico prima ancora di avere tutto finito. Lo posso fare grazie ai laboratori. Così verifico quello che può arrivare ed essere accolto bene. In realtà più vado avanti e più mi rendo conto che non penso più solo ai bambini: l’infanzia è diventata un tutt’uno con i genitori. Ma rivolgendomi ai più piccoli il rapporto è diretto e molto intenso. Non sai mai quale sarà la loro reazione: devi spiazzarli e capirli. Non hanno ritegno e devi riuscire a catturarli: è una sfida. Il pubblico di adulti, invece, rimane lì e magari non dice niente. Penso che questo rapporto sia importante anche per gli insegnanti, che non devono essere solo accompagnatori o fruitori, ma trarre spunti per poter sviluppare concetti, musiche, l’uso di materiali».

L’improvvisazione è uno dei suoi fari. Non è cosa da tutti...

«M fa piacere che se ne parli: la compagna si chiama Teatro all’Improvviso. Ma improvvisare non vuol dire fare le cose un tanto al chilo. In realtà ha due significati. Il primo è la tecnica che spesso utilizzo per arrivare alla costruzione degli spettacoli: parto sempre da zero. Il secondo è una capacità che non tutti hanno: trovarsi davanti a qualcosa di spiazzante, che non ti aspetti, e riuscire a gestire la situazione. Soprattutto con i bambini, ma non solo, saper improvvisare mi serve per gestire momenti non preparati. Bisogna avere grande padronanza di se stessi».

Patrizio Fariselli (Area) mi disse che l’improvvisazione è uno stato psicofisico. È d’accordo?

«La mente si deve liberare e devi riuscire a usare corpo e mente per qualcosa che non hai pensato prima. Devi escluderti da quello che stavi pensando, altrimenti viene fuori una cosa non bella. Succede anche quando ti trovi in situazioni complesse. Un esempio. Io lavoro anche con le mie carte, che ho creato dalle fiabe. Le carte portano elementi sempre diversi e bisogna ogni volta reinventarsi le storie. Serve la capacità di gestire gli elementi casuali: con i bambini non puoi avere tentennamenti».

Altro elemento fondamentale dei suoi spettacoli è la musica.

«Certo. Nei miei spettacoli ho usato la classica e il jazz sperimentale, ho usato John Zorn e Marc Ribot. La mia ricerca musicale fa parte del progetto per lo spettacolo. Adesso su quest’ultimo progetto tratto da “Il fabbricatore di mostri” mi sono innamorato di musiche da film. Amo anche le composizioni originali: lavoro con Saya Namikawa e con Azio Corghi».

Come vive questo periodo maledetto?

«Cerco di fare, nonostante lo sconforto. Lavoro a un nuovo libro e a due nuovi spettacoli. Non sto fermo, ma oltre alle questioni economiche c’è il problema di non avere una prospettiva. Gli spettacoli sono annunciati e annullati; dovremmo andare ad Avignone a luglio, ma non sappiamo se il festival si farà. “Il fabbricatore di mostri” dovrebbe essere presentato a giugno, ma chissà. E ho fermi da due anni spettacoli che non hanno ancora girato: per entrambi abbiamo fatto un lavoro incredibile, con un libro e tanto altro. Ma tutto è bloccato. È davvero un disastro. Mi mancava il contatto con il pubblico, ma ora mi ci sto abituando: ed è una cosa brutta, perché anche il pubblico si sta disabituando al teatro. Sarà un’attenzione difficile da recuperare. Gli amministratori locali dovranno investire parecchio per recuperare il teatro. Ora la gente è affossata nella tv».


 

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