Il colore vivido dei vestiti? Un modo per differenziarsi

MANTOVA. La Divina Commedia ci offre una visione spettacolare del mondo ultraterreno, in cui anche i colori sono importanti per apprezzare appieno l’opera in quanto portatori di significati simbolici. In questo senso indagarne il significato è utile per penetrare nella mentalità di Dante e dell’uomo medievale. Nell’Inferno ad accrescere l’atmosfera lugubre e densa è l’utilizzo copioso del nero. In apertura troviamo la “selva oscura” in cui Dante si è perso non riuscendo più a seguire la retta via, tentato dal peccato. Il colore nero era associato nel Medioevo alla penitenza e al lutto, era indossato dai contadini ma soprattutto era in contrasto con il bianco. Questo colore, invece, caratteristico del Paradiso, rappresenta la purezza, nell’iconografia era indossato dagli amanti e dalle vergini, ma rappresentava anche la luce divina.

È di facile comprensione quindi l’opposizione con il nero dell’Inferno, “loco d’ogne luce muto” (Inf, V, v.28) ma definito anche con “aere perso” (Inf, V, v.89). Il nero infernale però non è cosa nuova in quanto già presso gli Egizi al dio Anubis dell’Oltretomba si faceva corrispondere l’oscurità. Proseguendo il viaggio di Dante nell’Inferno, un’altra tappa importante è di fronte alla porta, che espone “parole di colore oscuro” (Inf, III, v.10), tale connotazione non è da confondere con una reale scritta nera, perché allude alla difficoltà di comprendere: Dante non riesce a capire poiché questa scritta parla di eternità e lui ha natura umana: “il senso lor m’è duro” (Inf, III, v.12). Oltrepassando la porta il pellegrino è subito colpito dall’oscurità, “l’aere sanza stelle” (Inf, III, v.23), che rende tenebroso ogni luogo, ed è subito preso da sconforto.

La sensazione di Dante qui possiamo ben capirla: infatti anche noi se ci trovassimo in una stanza buia, di cui non conosciamo l’arredamento o la struttura, ci troveremmo disorientati e confusi. In molti tratti l’Inferno è descritto con il color perso, un esempio è già stato riportato ma anche la palude Stigia è descritta così “l’acqua era buia assai più che persa” (Inf, VII, v.103) . Questo colore è nasce dall’unione del rosso e del nero che formano una tonalità scura tipica infernale.

Etimologicamente si può ricondurre a persiano, quindi colorazione delle stoffe orientali, oppure in latino medievale persus è da pressus, a sua volta ottenuto da pressior: “più scuro”. Nella Commedia non troviamo solo colori scuri ma anche il bianco pelo simbolo di vecchiaia in Caronte oppure le “fiamme rote” (Inf, III, v.99) e la “luce vermiglia” (Inf, III, v.134). Il colore rosso che significava potere e protezione, spesso era utilizzato per i vestiti della Vergine ma soprattutto era indossato dai reali essendo un pigmento costoso; inoltre indicava anche il fuoco e la passione. Sono proprio questi ultimi due significati quelli a cui si fa riferimento nell’Inferno: i dannati hanno animo corrotto così come il fuoco brucia tutto. Specialmente l’Inferno ruota attorno a nero, bianco e rosso, che sono i tre colori base del sistema antico e li rivediamo spesso anche nelle fiabe e favole. In cappuccetto rosso la bambina in rosso porta ad una nonna in nero del burro bianco; Biancaneve riceve una mela rossa da una vecchia vestita di nero; al corvo nero cade un formaggio bianco che viene mangiato da una volpe rossa…

Nel sistema ternario il rosso è quello che spicca di più e proprio per questo è definito “il colore” tra gli antichi e nel tempo è prevalente tra i potenti d’Occidente. Dove Dante poteva vedere l’esplosione di colore nel Medioevo? Ovviamente nelle chiese che possiamo osservare anche noi oggi in Italia e in Europa, ma occorre prima tentare di ricostruire come si presentavano in origine. Purtroppo l’architettura e la scultura nel corso della storia sono state spesso progettate come prive di colore o, peggio, in bianco e nero. La chiesa deve essere pensata in rapporto ai suoi colori, bisogna studiarne la policromia per poterne apprezzare il valore innovativo ed è necessario indagare la collocazione geografica e la cultura di riferimento: ciò che vale per la Champagne non sarà per la Toscana oppure il significato stesso dei colori muta (ad esempio in Francia si identificava il bianco al colore del lutto).

Bisogna ricordare che le colorazioni non rimangono le stesse: sono in continua trasformazione perché si consumano sia su pietra che stoffa quindi necessitano di essere rinnovate. I colori non erano solo associati ai dipinti o mosaici all’interno delle chiese ma assumevano anche un significato liturgico: il bianco simboleggiava la purezza ed era usato per le feste degli angeli, il rosso, come il sangue di Cristo, si utilizzava per le ricorrenze dei martiri, il nero (legato al lutto) serviva per le messe, il verde veniva definito come “intermedio” tra tutti quelli elencati perché usato nelle celebrazioni comuni. Fonti cromatiche non sono solo le chiese ma anche i manoscritti, si veda quello di Chartres. In questo si ha una descrizione dell’abbigliamento e delle sue colorazioni con le rispettive classi sociali.

Stupefacente è il fatto che ci siano figure a supporto di quanto riportato nello scritto come ad esempio un cavaliere con tunica al ginocchio, stivali ai piedi e capelli corti accompagnato da un cavallo bardato di pelliccia e una gualdrappa di stoffa. Gli uomini del Medioevo, al contrario di quanto si possa immaginare, indossavano tutti abiti tinti. Ciò che differenziava gli abiti dei ricchi da quelli delle altre persone non è la tonalità, ma la luminosità, la densità e la saturazione del colore.

Le persone comuni portavano abiti slavati, sbiaditi e grigiastri perché, nonostante lo sviluppo dell’arte della tintura e l’importazione di nuovi prodotti, venivano tinti con una pigmentazione di minor prezzo, quasi sempre vegetale, che non resisteva ai lavaggi e alla luce. Non si trattava solamente di gusto estetico: alla base di questa diversità c’era anche il bisogno di distinguere le classi sociali. Il colore dei vestiti era un modo per differenziarsi e, proprio per questo, quando le donne dei ricchi mercanti cominciarono a vestire in modo ricercato e sfarzoso vennero criticate duramente, anche dallo stesso Dante, e furono emesse leggi suntuarie sempre più severe.

I signori italiani preferivano pellicce e vesti multicolori, accompagnati da perle e gemme. Anche gli ecclesiastici facevano parte di una classe privilegiata che poteva permettersi vesti colorate e lussuose e guanti e scarpe in porpora. Durante il Medioevo in tutte le classi sociali si diffusero abiti blu perché considerato un colore cristologico e mariano. Anche in questo caso però il blu indossato dai contadini, che si otteneva tingendo con il guado, non era lo stesso di quello portato dai nobili. — © RIPRODUZIONE RISERVATA

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