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Alighieri venne a Mantova? Per gli storici è una fake news

Nella “Questio de aqua et terra” per alcuni studiosi il curatore Moncetti  avrebbe sostituito “Verone” con “Mantue” per omaggiare gli Este e i Gonzaga  

MANTOVA. Dante venne a Mantova o no? Tutti pensavamo di sì. Ma le ipotesi che valevano fino a qualche anno fa, purtroppo per noi sembrano avere perso consistenza. Il quadro è molto cambiato e parecchi studiosi, oltre a non credere che Dante sia venuto a Mantova, propendono addirittura per la falsità dell’attribuzione a Dante della “Questio de aqua et terra”, su cui poggiavano le fondamenta il nostro castello (a questo punto in aria).

Oltre a ciò sembra proprio che Giovanni Benedetto Moncetti, il curatore della “Questio” pubblicata a Venezia nel 1508 sulla base di un manoscritto attribuito a Dante, abbia sostituito la parola “Verone” con la parola “Mantue”.


Il testo stampato del 1508 riporta «existente me Mantue» messo in bocca a Dante nella conferenza che si presume tenne a Verona il 20 gennaio 1320: quindi, in questo caso, il soggiorno di Dante a Mantova sarebbe avvenuto nell’autunno o inverno 1319. Ma – come dicevamo – non mancano dubbi, espressi da almeno due studiosi di chiara fama.

La prima considerazione è di uno specialista di filosofia e scienza medievale, Gianfranco Fioravanti, commentatore del “Convivio” (Mondadori, 2019) il quale ha notato che nella “Questio” si fa riferimento a una teoria esposta per la prima volta da Giovanni Buridano (proprio quello del “paradosso dell’asino”, a lui attribuito) intorno agli anni ’40 del Trecento e divulgata in Italia soprattutto dagli anni ’50 e ’60, molto dopo la morte di Dante.

La seconda considerazione, di Alberto Casadei (Università di Pisa) nel libro “Dante: altri accertamenti e punti critici” (Franco Angeli, 2019) è che le teorie della “Questio” sono incompatibili con quelle espresse nel canto XXXIV dell’Inferno e nel XXIX del Paradiso, e che “Mantue” deve aver sostituito “Verone” nella stampa di Moncetti, il quale era interessato a omaggiare gli Este e i Gonzaga.

Moncetti aveva soggiornato a Mantova, protetto da Isabella d'Este, alla quale aveva chiesto aiuto in una lettera da Padova del 23 novembre 1508. Moncetti dedicò la “Questio” al cardinale Ippolito d’Este, fratello di Isabella.

Insomma, per suo tornaconto, molto probabilmente Moncetti creò una fake news. Come possiamo riprenderci dalla delusione?

Dicendo, cosa vera, che il ruolo di Mantova nella fortuna dantesca è comunque importantissimo. Casadei dice: «La prima attestazione sicura della diffusione almeno dell’Inferno e forse del Purgatorio si trova in un passo dei “Documenti d’amore” di Francesco da Barberino, a mio avviso risalente all’estate del 1313, e scritto proprio mentre questo letterato transitava per Mantova. Questa menzione è di notevolissima importanza per i dantisti. Si tratta infatti del più antico documento che ci assicura che l’opera di Dante circolava in quel periodo, ma probabilmente già da qualche tempo prima se teniamo conto delle modalità di copiatura e trasmissione di manoscritti abbastanza cospicui».

Altra cosa importante, sottolineata da Casadei, è che Francesco da Barberino dice di essere sorpreso di come è cambiato il Dante Alighieri che conosceva come poeta lirico: ora vede che imita largamente Virgilio, quindi prende atto dei riferimenti molto chiari al VI libro dell’Eneide (la discesa di Enea agli Inferi). «Va notato – dice Casadei – che Francesco chiama il poema “Comoedia”, avendo letto le dichiarazioni di Dante stesso in due canti infernali: ma in realtà, lì non viene dato un titolo, si indica solo che l’opera è scritta in stile comico (per la comedìa), mentre all’opposto l’Eneide è una tragedìa». —

 

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