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Quanta dolcezza per Ulisse, radicale esploratore dell’ignoto

Alla scoperta del personaggio mitologico che ha impegnato anche Saba, Joyce e D'Annunzio

MANTOVA. Il canto XXVI dell’Inferno è quasi certamente quello che ha stimolato la maggior messe di analisi e di interpretazioni. Come affrontarne la lettura senza sentirsi sopraffatti dalle migliaia e migliaia di pagine critiche che lo accompagnano? Proviamo a metterci nei panni del primo lettore di Dante, quello a cui il poeta immaginava di rivolgersi, e a considerare le domande che il testo ci pone.

1. Godi, Fiorenza...


Il canto di Ulisse si apre con una sarcastica apostrofe a Firenze che è in realtà il commento dell’autore all’episodio dei ladri appena concluso. Dante ha incontrato nella settima bolgia ben cinque dannati fiorentini e coglie l’occasione per ribadire quanto Firenze sia una sentina di vizio e di corruzione. Perché questi versi non si trovano al termine del canto precedente? Senza dubbio Dante vuole farci riconoscere la funzione di nesso tra i due episodi che assumono il tema dell’avidità e il tema del tempo. Non a caso l’invettiva si conclude con la serie di rime “tempo: tempo: m’attempo”, che anticipa l’attenzione ossessiva alla cronologia del discorso di Ulisse; e la descrizione della nuova bolgia, dove le anime sono avvolte dalle fiamme, si conclude con un doppio richiamo alla colpa descritta nei due canti precedenti: “nessuna mostra ’l furto, / e ogne fiamma un peccatore invola”, cioè ruba (metaforicamente: nasconde).

2. L’agguato del caval...

Perché Ulisse è condannato nell’ottava bolgia? Certo non per il viaggio che ci verrà narrato fra poco. Virgilio lo dice senza ambiguità, elencando le tre colpe all’origine della sua dannazione, tutte legate alla guerra di Troia: l’inganno del cavallo; lo smascheramento di Achille, nascosto dalla madre a Schiro sotto mentite spoglie; e il furto (ancora un furto!) del Palladio, l’effigie di Atena che proteggeva la città di Priamo. La definizione di consiglieri frodolenti, che Dante riserva alle anime descritte nel canto XXVII, è quindi inadeguata a definire la colpa di questi dannati; il loro peccato consiste piuttosto nel cattivo uso dell’intelligenza, che li ha condotti all’empietà. La parola, che per Dante è il segno distintivo dell’intelligenza, ciò che distingue appunto gli esseri umani dagli animali, dovrebbe essere strumento di verità (per un poeta cristiano la parola, anche quella con la minuscola, ha sempre in sé qualche cosa di divino) e in questi casi viceversa è stato il mezzo attraverso cui si è perpetrato l’inganno. Ecco perché il contrappasso comporta che queste anime siano avvolte da lingue di fuoco: attraverso il mal uso della lingua si sono condannati all’Inferno, attraverso lingue di fuoco vengono ora puniti.

3. Ten priego / e ripriego...

Tutta la prima parte del canto insiste sul tema della sofferenza. Dante è costretto a una dura fatica per risalire dal fondo della settima bolgia all’argine che affaccia sull’ottava, e quando lo raggiunge “mi dolsi” per lo spettacolo che gli si presenta alla vista. Il dolore di Dante anticipa quello di Ulisse e Diomede, sottolineato dalle parole con cui Virgilio introduce i due eroi antichi: “si martira... si geme... piangevisi... pena”. Perché tanta insistenza sul dolore? Dante è attirato dalle figure di Ulisse e Diomede, come in precedenza da quelle di Paolo e Francesca, innanzitutto perché procedono in coppia in un mondo (l’Inferno) dove la regola è la solitudine. Ma questo non è sufficiente a spiegare l’attrazione di Dante, che rischia addirittura di cadere nella bolgia, tanto si sporge dal luogo in cui si trova, e supplica Virgilio di poter parlare a quelle anime con un’enfasi assolutamente straordinaria: “assai ten priego / e ripriego, che ’l priego vaglia mille...” Come nel caso dei lussuriosi, Dante è coinvolto in prima persona, si rende conto che c’è in lui il rischio della tracotanza intellettuale - e mette sull’avviso il lettore: il suo dolersi è dovuto proprio a questa consapevolezza: “quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, / più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, / perché non corra che virtù nol guidi”.

4. Gittò voce di fuori e disse: “Quando...

Come Pier delle Vigne nel canto XIII (il rimando è voluto, dato che qui siamo al XXVI, 13 x 2), Ulisse all’inizio del suo discorso emette la voce con fatica. Quando finalmente ci riesce, la metrica lo costringe a interrompersi, quasi a singhiozzare per il violento enjambement che isola l’avverbio di tempo in punta di terzina. Tutto il discorso di Ulisse, a conferma del valore centrale di questa parola, sarà poi scandito in tre sequenze, introdotte da proposizioni temporali sempre più articolate e complesse: “Quando / mi diparti’ da Circe... Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi /quando venimmo... Cinque volte racceso e tante casso / lo lume era di sotto da la luna, / poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo, /quando n’apparve una montagna...” Perché il tema del tempo è posto così in rilievo? L’ossessione per il tempo caratterizza molti dannati, che hanno usato male quello che è stato loro concesso in vita; ma qui c’è forse un significato ulteriore: Ulisse è pagano, la sua sete di conoscenza dev’essere soddisfatta entro i limiti dell’esistenza terrena, laddove Dante, da cristiano, nutre la speranza di poter giungere alla piena comprensione della verità dopo la morte, in Dio.

5. Né dolcezza di figlio...

Ulisse indica con precisione non solo il momento, ma anche la località da cui ha avuto inizio il suo viaggio: l’isola di Circe, nei pressi di quello che oggi chiamiamo appunto Capo Circeo, a poca distanza da Gaeta, così chiamata da Enea in onore della propria nutrice, che in quel luogo era appena morta. Perché tanti dettagli? Non si tratta di compiacimento erudito, ma di un’indicazione di lettura rilevante. Dante contrappone Enea e Ulisse - il primo, esule involontario come il fiorentino, e custode degli affetti familiari (fin dal canto I: “giusto / figliuol d’Anchise”), il secondo deciso a sacrificarli in nome del suo ardore di conoscenza. Eppure, quanta finezza nell’articolazione dei sentimenti che Ulisse ha sacrificato! L’amore per il figlio abbandonato in fasce è “dolcezza”, quello nei confronti del vecchio padre che lo riteneva ormai morto è detto “pièta”, quello nei confronti della moglie è il “debito amore” - dovuto per ripagare Penelope dei tanti anni di fedele attesa. Il viaggio di Enea si conclude con la fondazione di una nuova civiltà, quello di Ulisse, con tali premesse, non può che avere esito distruttivo. Ma il lettore, come di fronte a Francesca, non può che identificarsi almeno in parte con il personaggio e commuoversi insieme a Dante.

6. Misi me per l’alto mare aperto...

Il viaggio dell’Ulisse omerico è, per quanto complicato e tortuoso, un ritorno a Itaca; quello dell’Ulisse dantesco, al contrario, è un’esplorazione dell’ignoto. Lasciando Circe, Ulisse si avventura nell’alto mare aperto - e il secondo aggettivo non è un’oziosa ripetizione del primo: Dante vuole che il lettore comprenda la radicalità della scelta di Ulisse, che in un’epoca in cui le navi ancora procedevano perlopiù costeggiando rischia il tutto per tutto. Qual è la motivazione di questo viaggio? “L’ardore / a divenir del mondo esperto”, e in particolare a conoscere i vizi e le virtù degli esseri umani. Il lettore ideale di Dante coglieva immediatamente la nobiltà di questa dichiarazione: i viaggiatori della sua epoca si avventuravano per mare e per terra allo scopo di commerciare, non di conoscere. Ulisse si contrappone all’utilitarismo mercantile, che è il principale obiettivo polemico della Commedia, dalla lupa del canto I alle riflessioni su usurai e simoniaci, fino all’esaltazione di san Francesco in Paradiso - Ulisse vuole sapere, non possedere. Bisogna riconoscere una somiglianza fra il viaggio di Ulisse quello di Dante stesso. E tuttavia c’è qualcosa di eccessivo in questa nobile ambizione: il lettore medievale non poteva mancare di cogliere un accenno al peccato originale (anche Eva mangia il frutto proibito per ottenere la conoscenza del bene e del male, che la renderà simile a Dio e la distinguerà per sempre dalle altre creature viventi, dagli animali). Il viaggio di Ulisse insomma, al contrario di quello dantesco, non si può definire un pellegrinaggio.

7. Virtute e canoscenza...

Per Ulisse, è chiaro, nell’ardore di conoscenza sta la nobiltà della natura umana, ciò che la distingue dai bruti. Virtù e conoscenza coincidono anche per Dante? Ci sono argomenti a favore del sì e argomenti a favore del no. Ma il concetto decisivo, mi pare, è quello di “limite”: Ulisse è convinto di poter penetrare ogni mistero con la sola forza della sua intelligenza; Dante ha avuto modo di sperimentare i limiti della ragione umana - e il lettore con lui. L’episodio di Ulisse si trova infatti a nove canti dalla conclusione dell’Inferno; trattandosi di Dante, non può essere un numero casuale - e infatti nel canto IX dall’inizio del poema (quello “simmetrico”, per così dire) troviamo la chiave per leggere queste parole: Virgilio (pagano come Ulisse, benché tanto più saggio di lui) è stato fermato dai diavoli di fronte alle mura del Basso Inferno; per poter proseguire il viaggio, i due poeti hanno dovuto attendere l’aiuto del “messo” celeste, simbolo della Grazia divina. Nel momento stesso in cui Ulisse esalta la grandezza della ragione umana, Dante ne ricorda al suo lettore i limiti.

8. Questa orazion picciola...

Il racconto di Ulisse si basa su alcune ripetizioni che assumono un’importanza fondamentale: “esperto / esperienza”, “misi me / si metta”, “alto /alta”. Una sola parola-chiave, oltre a “quando”, viene ripetuta tre volte: l’aggettivo “picciola”.

Picciola è la schiera di compagni che seguono Ulisse nella sua impresa; lo è la quantità di tempo che resta all’equipaggio ormai vecchio e tardo per esplorare “il mondo sanza gente”; e lo è infine l’orazione con cui Ulisse persuade i compagni a inoltrarsi nell’oceano. Perché Ulisse insiste sul tema della piccolezza? Come tutti i celebri personaggi della Commedia, Ulisse è una figura complessa e sfaccettata.

In lui convivono la hybris del peccatore, la magnanimità dell’eroe, il rimpianto per la patria a cui ha rinunciato, il dolore per la pena a cui è sottoposto e il desiderio di giustificarsi - non però la coscienza della propria limitatezza di fronte all’immensità del creato, al mistero della montagna “alta tanto / quanto veduta non avea alcuna”. Il termine “picciola” ha per lui sempre un significato concreto: pochi compagni, tempo scarso, breve discorso; è Dante che, insistendovi, fa capire al suo lettore quanto Ulisse invece non ha potuto comprendere: che siamo come insetti, come le lucciole di cui il poeta si è servito molti versi prima per descrivere le anime di questa bolgia.

9. Una montagna, bruna...

Come spiegano le note, la montagna che Ulisse trova al termine del suo viaggio è il Purgatorio, per la cui descrizione Dante potrebbe essersi ispirato al Picco di Tenerife, di cui forse aveva avuto notizia dai resoconti dei navigatori arabi. Ma che si tratti del Purgatorio lo capiremo solo all’inizio della seconda cantica, attraverso piccole spie linguistiche, per esempio il ritorno di espressioni come “l’altro polo”, “esperto”, “com’altrui piacque”, e attraverso rimandi espliciti alle costellazioni australi e al fatto che nessuno ha mai potuto navigare quelle acque e tornare a raccontarlo. Qui, nel XXVI dell’Inferno, non ci viene spiegato nulla. Perché Dante lascia che questa montagna resti avvolta nel mistero? Perché appunto di un mistero si tratta: la cultura pagana è in grado di affrontare gli enigmi di questo mondo, ma deve arrestarsi di fronte al sacro, che solo la rivelazione rende comprensibile ai cristiani.

Il messaggio fondamentale è tuttavia questo: la morte di Ulisse è la conseguenza inevitabile della sua debolezza, o piccolezza, umana. L’impresa di Dante, come ci è stato detto nel canto II, ha qualcosa di “folle”: come Ulisse nel suo “folle volo”, anche il poeta solcherà acque mai corse prima, supererà le sue colonne d’Ercole, animato dall’ardore di conoscenza - ma potrà riuscire laddove l’eroe greco ha fallito perché, in quanto cristiano, è assistito dalle “tre donne benedette” (Maria Vergine, santa Lucia e Beatrice) che simboleggiano la Grazia divina.

10. Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto...

All’interno di un discorso che, dopo le iniziali difficoltà di emissione, appare perfettamente strutturato, logico e sempre “grammaticale”, colpisce questa brusca variatio: il secondo verbo, infatti, sottintende un soggetto come “questa allegrezza” o simili. Perché questo improvviso “inciampo linguistico”? Come il “Quando” iniziale in punta di strofa, anche questa aritmia finale ha una funzione psicologica decisiva: Ulisse si rende conto all’improvviso, un istante prima di morire, del drammatico errore che ha segnato la sua vita; lo sperato trionfo si risolve in catastrofe e l’abile uso della lingua lascia spazio a una sintassi spezzata, che rispecchia l’angoscia del personaggio di fronte al fallimento del proprio progetto esistenziale.

Il canto XXVI si rivela dunque un canto di sintesi: Dante richiama alla memoria del lettore attento gli episodi decisivi della vicenda fin qui narrata e si prepara ad affrontare con piena consapevolezza l’ultima parte del viaggio infernale e la nuova sfida che lo attende nel Purgatorio.
 

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