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Senso e rischi di un abbraccio dal Medioevo all’epoca Covid

MANTOVA. “Io vidi una di lor trarresi avante per abbracciarmi con sì grande affetto, che mosse me a far lo somigliante. Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! Tre volte dietro a lei le mani avvinsi, e tante mi tornai con esse al petto”(Purgatorio, canto II, vv. 76-81). L’incontro tra Dante e Casella rappresenta uno dei passaggi della Commedia dove emerge il lato umano del Poeta. Solitamente, infatti, i confronti con le anime sono di registro formale e caratterizzati da comportamenti rigorosi e morigerati, con predominio della ragione. In questo caso, invece, i sentimenti di Casella e Dante, uniti in vita dalla passione per la poesia e da una profonda amicizia, affiorano intensi e sfociano nel tentativo di un abbraccio reciproco. È proprio questo gesto, ripetuto tre volte, a conferire all’incontro maggiore importanza, al punto di renderlo unico e quasi commovente. L’abbraccio, perciò, si distacca dal crudo concetto di contatto tra due corpi, elevandosi a manifestazione di affetto profondo e di rispetto reciproco. Se si pensa con attenzione, nella vita di tutti i giorni gli abbracci sinceri accadono raramente e soltanto in occasioni degne di essere ricordate.

Ai tempi del Sommo Poeta era consueto assistere a gesti d’affetto tra membri della stessa famiglia e tra innamorati, nei quali era per lo più la donna ad esprimere il sentimento. A prova di ciò, è stato rinvenuto a Mesagne (Brindisi) un sepolcro risalente al Basso Medioevo, al cui interno giacciono gli scheletri di madre e figlio stretti l’un l’altro in un abbraccio lungo sette secoli. A volte, tuttavia, questo carnale modo di rapportarsi poteva portare a spiacevoli conseguenze: l’esempio lampante ci viene presentato dalla coppia di amanti, Paolo e Francesca. I due vennero sorpresi da Gianciotto, lo sposo di lei, nel pieno di un momento di intimità in cui ella poneva le mani intorno al collo di lui, come si vede in quadri dell’epoca seppur non rispecchianti la narrazione dantesca, e, per questo tradimento, il Malatesta li condannò a morte, ma le loro anime poterono rimanere congiunte fino alla fine dei tempi.


Diversamente, in quel periodo storico, il gesto dell’abbraccio in pubblico, o più in generale il contatto fisico, era considerato rozzo e volgare, spesso percepito come espressione di villania e di appartenenza alla più bassa classe sociale, poiché distante dal codice cortese. Anche per quanto riguarda il registro linguistico, in epoca medioevale, in base a ceto, età, genere, contesto, ma anche al momento della giornata, si poteva assistere a metodi, sempre fissi, di salutare e di interagire con gli altri. Coloro che appartenevano a ceti più elevati solevano, come in epoca tardo romana, alzare la mano destra per rassicurare l’altro di non essere in possesso di alcuna spada, dimostrandosi, quindi, privi di intenzioni meschine, oppure scoprirsi la testa per porsi sullo stesso piano dell’interlocutore, affinché si assottigliassero le differenze sociali. Altri esempi di gesti colmi di rispetto sono: l’inchino rivolto ad una persona di classe sociale superiore, definito gesto di “auto-umiliazione”, dal momento che deriva dalle norme di venerazione verso il re, e il baciamano, che veniva compiuto al cospetto di signori o monarchi ma soprattutto, come nell’immaginario comune, verso le donne in occasione di particolari celebrazioni, unico esempio di contatto fisico osservabile in pubblico tra due persone di diverso genere.

A questi modi e toni garbati, segno di buona educazione, si contrapponevano atteggiamenti villani attuati da coloro che appartenevano ai ceti più bassi. Questi ultimi erano soliti scambiarsi saluti nel volgare stretto parlato nella terra d’origine, che quindi risultava incomprensibile a molti, e usufruivano di appellativi che avevano lo scopo di offendere e denigrare l’amico giocando su particolarità dell’aspetto fisico oppure sull’attività lavorativa. Ciò si può rintracciare anche all’interno della Divina Commedia in cui il nome “Ciacco”, la cui vicenda viene raccontata nel VI canto dell’Inferno, è un sostantivo al quale si attribuiva il significato di “porco”, mettendo così in evidenza la sua particolare golosità. Il suddetto comportamento ha le sue origini nel periodo romano: un caso celebre è quello dell’avvocato Marco Tullio Cicerone, il cognome del quale deriva da un soprannome affibbiato a un suo antenato, a causa di una verruca sul naso di forma simile ad un cecio.

Riprendendo il discorso antecedente riguardo il tema del rapporto tra uomo e donna in pubblico, nella letteratura dell’epoca si nota come un semplice gesto di saluto venisse messo notevolmente in risalto, poiché il poeta attribuiva ad esso un valore significativo. Infatti, ad esempio, un cenno con la mano o un sorriso rappresentava la beatificazione che la donna angelo conferiva all’uomo che incontrava. Non a caso, il termine “saluto” trova la sua origine etimologica nel sostantivo latino “salus”, da cui deriva anche la parola “salvezza”. Prendendo in esame le opere stilnoviste appare evidente come, a differenza dei romanzi cortesi nei quali viene posto in risalto il lungo corteggiamento da parte dell’uomo nei confronti del gentil sesso, l’incontro tra il poeta e l’amata si concentra in tutta la sua intensità nel semplice salutarsi. Ne è un esempio Guinizzelli, con il sonetto “Lo vostro bel saluto e l’gentil sguardo”, nel quale l’autore descrive il saluto e lo sguardo della donna come gesti capaci di provocare in lui sensazioni così forti da essere paragonate, per intensità, a quelle generate da una freccia che colpisce direttamente il suo cuore. Inoltre, sulla base di questo concetto si erge la poetica di Dante che, come nella poesia “Tanto gentile e tanto onesta pare”, tratta dalla Vita Nova, conferisce al saluto dell’angelica Beatrice una dimensione universale che lo rende tanto intenso da salvare l’animo del suo destinatario.

Occorre rivolgere lo sguardo ai giorni nostri, motivo per il quale è stata scelta questa tematica, e riflettere sull’odierno valore del saluto e dell’abbraccio. In questo ultimo anno, a causa della grave condizione sanitaria che ha colpito l’intero pianeta, tutti hanno avuto modo di accorgersi del fatto che semplici gesti, spesso reputati normali e abitudinari, siano in realtà davvero importanti. Infatti, in quelle rare occasioni nelle quali è stato possibile l’incontro con amici, parenti e congiunti, anche il saluto ha riacquisito quel significato che gli veniva attribuito nelle opere che sono state citate. In fondo, l’abbraccio profondo ma impossibile tra Dante e l’amico Casella non è, forse, troppo diverso da quello che si scambiano, separati da gelidi teli di plastica, le persone chiuse dentro agli ospedali e i loro cari che, invece, non possono entrare. —

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