La simpatia per chi sfida i limiti. Il volo: colpevole chi non ci prova

Non si è mai volato prima della fine del Settecento, ma non vuol dire che non ci fosse interesse

MANTOVA. Qualcuno ricorderà ancora quel vecchio spot che descriveva una caramella come “il buco con la menta intorno”. Un’efficace trovata pubblicitaria, ma anche un principio di metodo che gli storici conoscono bene: quante volte si studia qualcosa che non accadde o che si sa non essere vero per capire che cosa c’era intorno, per risalire a un mondo che ha sperato o temuto, desiderato o creduto che esistesse quello che noi sappiamo o crediamo di sapere inesistente? “Fare storia con tutto ciò che prima era stato aneddoto” è l’idea che portò Marc Bloch a scrivere “I re taumaturghi”, un libro in cui una credenza che sarebbe stato facile scartare come un’ingenuità del passato (la convinzione che i re del Medioevo fossero in grado di guarire i malati di scrofolosi semplicemente toccandoli) diventa uno strumento per comprendere il carattere sacro che al potere monarchico fu riconosciuto per secoli.

Era il 1924, e da lì in poi la ricerca storica e antropologica avrebbe imparato a sospendere il giudizio sulla presunta ovvietà dell’irrealtà dei poteri magici. «Il problema della realtà dei poteri magici - avrebbe detto Ernesto de Martino nel Mondo magico - coinvolge non soltanto il soggetto del giudizio, i poteri magici, ma anche la stessa categoria giudicante, la realtà». Stabilire se un potere fosse o non fosse magico in una certa cultura richiede di determinare che cosa in quella cultura fosse considerato reale, un problema su cui ragionava già un poeta come Tasso quando consigliava di scrivere su argomenti di “istoria tenuta vera da noi”, così da poter attribuire a “coloro a’ quali” Dio o i demoni concedevano “maravigliose podestà” - santi, maghi, fate: elencati indistintamente in quest’ordine - capacità che proprio perché assegnate a queste figure sarebbero state giudicate “verisimili” da lettori che credevano in Dio, negli angeli, nei demoni.


La scelta della casella in cui sistemare un evento (meraviglioso o verosimile? magico o scientifico?) esige di ricostruire la posizione di quella stessa casella in una griglia che è quasi sempre diversa dalla nostra: quello che per noi è magia, in passato può essere stato scienza. Una volta chiarita questa necessità, non c’è nulla di così insignificante o bizzarro da non meritare dignità storica. «Se ci si pensa, studiare il volo umano è studiare qualcosa che non ha avuto luogo prima di una certa data», ha detto Nicolas Weill-Parot, uno storico della scienza che ha da poco pubblicato un libro sul volo nel Medioevo. Sul volo umano: il fatto che non si sia mai volato prima della fine del Settecento, escluso qualche tentativo prevedibilmente catastrofico, non vuol dire che al volo non ci si interessasse, anzi. Ad Albero (o Alberto) da Siena doveva interessare al punto da indurlo a prendere sul serio chi “parlando a gioco” gli diceva di sapersi “levar per l’aere a volo” e a chiedere che anche a lui venisse insegnata “l’arte”: scoperta la truffa, si rivalse sul maestro mancato e lo “fece ardere”.

A raccontare questa storia è lo stesso millantatore arso per vendetta, un innominato aretino - i commentatori lo identificano con Griffolino d’Arezzo - che Dante incontra nel canto XXIX dell’Inferno. Griffolino ci tiene a dire che è “l’alchìmia” e non l’inganno sul volo il peccato per cui si trova lì, nella decima bolgia dell’ottavo cerchio: per quanto riguarda la vicenda con Albero fu semmai quest’ultimo ad avere “vaghezza e senno poco”, un ritratto che Dante mostra di condividere chiedendosi se “fu già mai / gente sì vana come la sanese”.

Griffolino, il peccatore, ne esce come un personaggio colto, in grado non solo di distinguere la colpa falsa che gli costò la vita da quella vera per cui Dio lo condanna ma anche di farsi beffe, come Dante insieme a lui, di uno stolto che non sapeva riconoscere ciò che era impossibile. E però se l’impossibilità del volo era scontata – “impossibile, sicut impossibile est hominem volare”, diceva Tommaso d’Aquino, per il quale il volo era l’esempio di ciò che “transcendit potentiam” e a cui “nullo modo” si poteva arrivare, nemmeno “aliquo auxilio” – perché serviva raccontare questa storia e far sì che a raccontarla fosse un alchimista? Può essere che con questo episodio Dante intendesse confrontarsi con i dubbi, i sogni, i desideri che qualcuno cominciava a manifestare, magari qualcuno che non era stolto come invece ci viene detto che lo era Albero?

“Saggio storico su un’utopia scientifica” è il sottotitolo del libro di Weill-Parot sul volo nel Medioevo. “Saggio storico”, bene: sappiamo che si può fare storia di e su tutto. “Utopia”, altrettanto bene: che cosa sarebbe stato il volo, per qualche secolo ancora, se non un’utopia, un sogno? Ma cosa si deve pensare dell’aggettivo “scientifica”? A quali condizioni un’utopia può essere “scientifica”, a quali condizioni può essere “scientifico” un discorso? Non solo alle nostre, ancora una volta: l’idea che la scienza sia sempre coincisa col metodo sperimentale escluderebbe dall’ambito della scienza discorsi che nel loro tempo si sono percepiti come scientifici anche se non del tutto inquadrabili nello schema galileiano di “sensate esperienze” e “necessarie dimostrazioni”.

La scienza medievale, dice Weill-Parot, è caratterizzata dalla coerenza interna del discorso più che dal metodo sperimentale, e ha un rapporto con l’immaginazione più disinvolto di quello che saremmo disposti a concedere alla nostra scienza. Tenute presenti queste condizioni, è legittimo descrivere come scientifica l’utopia di Ruggero Bacone, che nel XIII secolo parlava di navi senza vele né remi, di carri capaci di muoversi da soli e appunto di macchine volanti. Ci potremmo accontentare di dire che il tempo avrebbe dimostrato che qualche volta “l’impossibil viene all’essere”, e che questa appassionata utopia di Bacone era da preferire alle certezze un po’ aride di Tommaso d’Aquino. Ma la specificità del discorso di Bacone non è tanto da valutare negli effetti quanto piuttosto da individuare nella premessa che l’arte, la tecnica, dovesse portare a perfezione la natura e non solo riprodurla. Che cosa ne avrebbe detto Dante? La Commedia è ricca di episodi che indicano che la conoscenza deve avere dei limiti, ma altrettanto ricca di simpatia per chi prova a superarli. L’impressione è che la peggiore delle colpe non sia quella di chi gioca a un gioco pericoloso, ma quella di chi non si sforza abbastanza e ci casca per “senno poco”. Albero da Siena aveva torto; ma sul volo, quando il gioco si faceva duro, cioè quando non se ne parlava “a gioco”, Dante era senz’altro pronto a giocare. Gerion, moviti omai...

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