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Maschera, alter ego, clown e super-eroina: Calciolari e i colori delle drag queen

Parla chi vive di teatro dopo più di un anno di stop. «Riscriviamo il testo: il maschile è messo ai margini»

MANTOVA. Alessio Calciolari recita con una maschera che lo trasforma, in un teatro trasformato nel punto di vista, con i personaggi maschili spostati dietro le quinte con un ruolo di voce narrante. Racconta il mondo delle drag queen professioniste con cuore e passione. Ricordando che il teatro è scambio e che la cosiddetta “quarta parete” si può rompere solo con il pubblico in sala.

«Mi ricordo che in prima superiore siamo andati all’Ariston a vedere lo Stabile di Genova che metteva in scena “La Giara” di Pirandello e “L’orso” di Checov. C’erano dei ragazzi che facevano casino e l’attore si è fermato, ha guardato il pubblico e ha detto: il teatro è una cosa viva, succede ora. O fate silenzio, o uscite. Quella giornata è stata memorabile. Ho visto una magia, la volevo anch’io. L’anno dopo ho incontrato Dario Moretti per un laboratorio con la scuola, al Teatreno. È stata la scintilla: per la prima volta sono salito sul palco e mi sono sentito a casa, avevo 15-16 anni. Poi ho fatto un laboratorio con Raffaele Latagliata, poi c’è stata la compagna dialettale “Teatro 2000”. Il servizio militare ha interrotto tutto: a Trieste per 10 mesi, nell’armadietto avevo i fogli della dizione».


Gli incontri sono decisivi. Come è arrivato alla drag queen?

«Sono andato a Milano e ho cercato tanto. Prima volevo essere un attore da Piccolo. Poi ho scoperto il teatro danza. Ho fatto la Paolo Grassi. Non sapevo più chi ero. Un giorno ho conosciuto Lorenzo Piccolo, che faceva parte di gruppo amatoriale che indossava la maschera della drag queen. E quindi: playback di un cantante famosa e performance. Sono arrivato alle Nina’s Drag Queens».

Che profumo ha questa maschera?

«È una maschera teatrale, non è la drag da discoteca. Noi abbiamo una forza corale importante e lavoriamo sulla costruzione del personaggio. Siamo clown tra cielo e terra, camminiamo in bilico sul tacco 12. Vestiti e trucco sono magia. Non siamo donne, rappresentiamo figure femminili. La consapevolezza e la poetica sono nate piano piano, facendo. Prendiamo “Il Giardino dei ciliegi” e lo trasformiamo ne “Il Giardino delle ciliegie” con personaggi femminili, rimuoviamo il ruolo maschile e lo lasciamo come qualcosa che ci circonda, un narratore.

Il maschile è dunque ai margini?

«Sì, perché diventiamo attrici e pensiamo che il maschile non debba essere rappresentato fisicamente. Re Lear diventa Queen Lear. È ambientato nell’oggi, sempre a Londra. La Queen ha un negozio di bambole e soffre di demenza senile. La follia la porterà in un ospizio».

Come funziona la riscrittura?

«È un lavoro collettivo. Prima viene la lettura del testo. Il playback musicale diventa, poi, parte della drammaturgia, perché rompiamo il testo e inseriamo canzoni e recitati. Un esempio. Ne Il Giardino delle ciliegie sono Anja e canto Hyperballad di Björk in playback. Anja porta il cambiamento, dice alla madre che il mondo sta crollando, sfoga il desiderio di accelerazione del momento. Io faccio un assolo saltando, le altre liberano spazio, io sono un tornado che porta il cambio di scena. La canzone è per noi momento di sfogo emotivo per il personaggio».

Perché solo il playback per le canzoni?

«È il gioco della maschera, dell’alter ego, della super eroina, del clown che ti fa ridere e ti fa piangere. L’emozione deve avere la voce di Mina, di Björk».

Quale ingranaggio attiva la sua performance?

«Costume e trucco sono fondanti. Abbiamo una drag base, ma poi andiamo a interpretare personaggi sempre nuovi. Il momento davanti allo specchio è cruciale, devi truccarti e ti vedi. Poi ci carichiamo a vicenda.

Chi vede nello specchio?

«Negli anni sono cambiato, ho acquisito consapevolezza e mestiere. All’inizio volevo aderire al massimo al personaggio scritto, poi ho capito che potevo fare un lavoro diverso, con Alessio un po’ più indietro. A volte mi dimentico di me stesso e sono il personaggio. Ma si deve stare in ascolto dell’altro e del pubblico, che è fondamentale. E a volte si deve improvvisare».

Vi relazionate con il pubblico in sala?

«Spesso rompiamo la parete e c’è scambio. Non facciamo grandi spettacoli sempre, a volte abbiamo in programma anche piccole serate. Lì fai cabaret e raccogli la risata. Il mio lavoro è stare con le persone. Con le Nina’s, per rispondere all’esigenza di molti che chiedevano lavori online, abbiamo pensato ad un modo per avvicinarci al pubblico con la nostra arte tramite i social network. Facciamo anche piccoli podcast che curano l’umore, raccontiamo una storia. Speriamo che si riprenda a breve, ma dopo un anno sarà difficile. Intanto abbiamo immaginato un modo per non abbandonare i nostri spettatori. Perché facciamo cose che danno la possibilità di immaginare, ed è importante».

È difficile iniziare il percorso da drag quen?

«Intanto se vuoi fare l’attore ci sono delle scuole e le conquiste si fanno un passo alla volta. Se qualcuno vuole avvicinarsi, noi a Milano facciamo piccoli laboratori teatrali dove aiutiamo a costruire la maschera. Sono corsi aperti a tutti, leggeri. Poi alla fine c’è il saggio. A Milano abbiamo costruito un forte gruppo, ma altrove i direttori di teatro non sono sempre disponibili, ma le persone che ci vengono a vedere sono entusiaste e non ho mai avuto paura. A Mantova, per chi si vuole avvicinare, il circolo La Salamandra è il primo posto a cui chiedere. Non è semplice, ci vuole coraggio e lo si acquisisce anche attraverso gli amici, la famiglia. E anche con questa intervista, ne sono convinto, aiuteremo qualcuno. La curiosità è fondamentale. Cosa ti piace? Quale espressione artistica ti è più congeniale? Online o in tv si può trovare molto. Ma alla maschera della drag queen si arriva con calma: il momento del trucco e della vestizione avvengono solo per il saggio. E c’è la rivelazione: la drag è piena di sfumature colorate. Che sono tanto più sgargianti, quanto più si ha una famiglia teatrale intorno, con tante drag coraggiose come te e con gli amici che ti sostengono».

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