Il Broletto: chiesa del Gradaro, dietro quel muro c’è l’ultimo istante dell’epoca mantegnesca

La parete cela un catalogo di simboli poi soppiantato dall’egemonia di Giulio Romano. La abbattiamo?

MANTOVA. Abbattiamo la parete di fondo? Perché è un ingiustificato sipario. Dietro si nasconde un’abside con un altro mondo architettonico che consente di comprendere e completare il palinsesto rinascimentale che tra la fine del Quattro e il primo ventennio del Cinquecento travestì Santa Maria del Gradaro. Ovvero, se volete ammirare l’ultima fase decorativa della stagione mantegnesca e di Isabella d’Este, poco prima dell’intrusione e dell’epoca giuliesca a Mantova, dovete vedere l’abside di quella chiesa. Che però è celata. L’invalicabile diaframma fu realizzato nel presbiterio durante i restauri conclusi nel 1975 che levarono la chiesa dalla riduzione a deposito militare asburgico.

I lavori restituirono al tempio più antico della città dopo la Rotonda di San Lorenzo il suo carattere originario gotico-romanico datato 1250, coincisero con l’istituzione della parrocchia, ci restituirono un luogo straordinario, appartato e mistico, ma interruppero l’apparato decorativo rinascimentale. Se il muro in mattoni forati, dipinto in spugnato bianco tipo cartongesso, dovesse venir giù, la chiesa del Gradaro apparirebbe più lunga e in tutto il suo alfabeto architettonico.

La serie di colonne binate che si ergono su alti piedistalli sui due fianchi costituendo due teorie di cappelline sormontate dalle lunette affrescate, avrebbero un senso compiuto. Sfilerebbero in direzione dell’abside a loro contemporanea, restituendo alla chiesa conventuale un vero e proprio unicum strutturale e decorativo. Ne propongo un saggio con le fotografie pressoché inedite per il grande pubblico e sono parte integrante dell’eccellente lavoro di ricerca di Enrico Sartorelli pubblicato su Civiltà Mantovana e i Quaderni di San Lorenzo. Bancario, bilaureato alla Normale di Pisa e alla Ca’ Foscari di Venezia, anche poeta, Sartorelli venne invitato da don Alberto Formigoni, oggi parroco a Suzzara, a scendere nell’abside celata e a inerpicarsi nel sottotetto dove sopravvivono le tracce di una cupola. Perché i lavori di aggiornamento rinascimentali per il Gradaro, oltre a il bel campanile, avevano previsto pure una cupola.

Tutti questi elementi sono documentati graficamente nelle carte ottocentesche del Kriegsarchiv di Vienna (“La città fortificata” di Daniela Ferrari, il Bulino edizioni d’arte, 2000). Per entrare nell’abside, visibile dalla strada arginale che da via Allende conduce in vicolo Maestro, è necessario raggiungere una porticina nel giardino e scendere una scaletta sconnessa. I restauri degli anni Settanta trasformarono il presbiterio cinquecentesco nel locale caldaia. E, infatti, la caldaia sta nel mezzo dell’abside e nella piena oscurità nella quale si intravede ciò che le fotografie ricevute da Sartorelli risulta eccezionale: la qualità delle decorazioni, degli stucchi, degli elementi a rilievo, dei colori. Il catino dell’abside è praticamente un’immensa conchiglia che si sorregge su una serie di lesene. Tinte predominanti: l’oro e l’azzurro.

Colori cari ad Isabella d’Este. Non per nulla la datazione e il gusto dell’intervento al Gradaro paiono coincidenti con la realizzazione in Corte Vecchia dell’Appartamento Vedovile della marchesa (post 1519). Le porzioni d’affresco che ancora permangono sui resti della cupola sono omogenee. Stanno sul tamburo, protetto dall’attuale sottotetto. Raffigurano gli evangelisti San Marco e San Matteo, e il cavallo alato Pegaso.

A connettere il programma decorativo sono alcuni elementi ricorrenti come le candelabre e le pissidi, le cornucopie e le cordonature del finto corame, ritrovabili in Santa Maria della Vittoria. Cioè un catalogo di simboli che di lì a poco – fra il 1524 e il 1525 – saranno soppiantati dall’egemonia della maniera di Giulio Romano. Vien da scrivere, perciò, che l’ultimo mantegnismo è celato al Gradaro. L’abbattimento della parete-diaframma, assai caldeggiato dall’architetto Roberto Soggia, è un’utopia. Si scontra con i vincoli e non va d’accordo con l’economia, le risorse e le priorità del nostro tempo. Però permette di immaginare una restituzione di un Gradaro mai visto. Invisibile. Abbattiamo quel muro? —

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