Chiribella, il teatro e il Mar dei Sargassi: viaggio alla scoperta di senso e identità

Parla chi vive sul palco a più di un anno dalla chiusura. «Nel nuovo spettacolo la battaglia per il lago Paiolo» 

MANTOVA. Il teatro è un po’ come il Mar dei Sargassi: un posto dove può succedere di tutto, un posto di fertilità. Sulle cartine è una macchia in mezzo all’Atlantico: nebuloso ma potente. Torneremo a questo paragone più avanti, per raccontare un teatro che è anche passione civile: quello di Valentina Chiribella, che è al lavoro su uno spettacolo che ha come fulcro il salvataggio del lago Paiolo. È lei a raccontare il lavoro sul palco a più di un anno dalla chiusura.

«In prima media, alla Bertazzolo, facevamo laboratorio con Patrizia Scintu. Quando ci ha chiesto cosa avremmo volto fare, io ho detto l’attrice. Ho sempre fatto danza e pattinaggio. Il richiamo è sempre stato forte».


Il richiamo di cosa?

«Del silenzio del teatro prima di iniziare, della concentrazione. Del buio, quando tutte le energie si raccolgono prima di esplodere: è una cosa sacra, è casa. Poi in un attimo passi da zero e mille, dalla tranquillità entri in comunicazione con il pubblico e con i compagni di scena. Basta un click, ed è tutto amplificato. Per arrivare a quello stato-zero serve molto lavoro».

Una fatica.

«Alle superiori facevo quattro ore di danza al giorno, andavo al Magro. Per il mio percorso è stata importante l’accademia Nico Pepe di Udine. Certi esercizi di respirazione io li faccio ancora tutti i giorni, anche se non lavoro: si tratta di ripristinare il corpo, capisce? Lavoro molto su me stessa. Poi c’è l’arricchimento di vita e cultura. Un libro, un viaggio: sono fonte di nutrimento come la musica. Tutto questo contribuisce a costruire una serie di relazioni con il mondo e con le cose. Inoltre va fatto un serio lavoro sull’accettazione dei limiti e sul fallimento. Perché, vede, la cosa peggiore è nascondere i propri punti deboli: bisogna togliere le maschere e far emergere quello che c’è. Senza giudizio».

Immagino sia un passaggio critico...

«Certo, ma la sincerità paga e costruisci la fiducia. Io non ho peli sulla lingua e faccio emergere la verità».

Come vive la parte? Sempre con verità?

«C’è sempre una relazione precedente con quello che ti viene proposto. Non è un caso se ti viene offerto un personaggio. Ecco, io parto con la possibilità di relazione tra me e il personaggio. Può essere lontanissimo da me, ma bisogna trovare un collegamento personale. Se il personaggio ti plasma il corpo è perché c’è una relazione, perché risuona. Io mi immagino come un puzzle che contiene tante possibilità, anche quelle non ancora sperimentate. È un collegamento che va sempre trovato: il segreto è amplificare le sfumature. Magari percorro una strada parallela, ma ci arrivo».

Avere compagni di scena aiuta?

«Negli ultimi due anni ho lavorato da sola: bellissimo e tremendo. Guardare negli occhi un compagno è trovare tutte le risorse possibili; ci si accende l’un l’altro come tanti piccoli gioielli che s’illuminano. Ho lavorato anche in trenta con Emma Dante. Ho lavorato con l’orchestra. Poi c’è il pubblico, che è l’interlocutore. Più in generale, comunque, il lavoro corporeo personale è davvero imprescindibile. È attraverso il corpo che tocchiamo le corde dello spettatore, che è invitato a fare lo stesso percorso dell’attore: ecco perché non mi interessa lo streaming. Lo spettatore viene investito: io ricordo spettacoli che mi hanno fatto alzare e cambiare città, mi hanno dato motivazioni. Uno spera sempre di fare un teatro che susciti domande e che porti a muoversi verso sogni, motivazioni e necessità».

Allora l’anno di stop è stato duro, immagino.

«In realtà per me non è stato male. Adesso leggo, ascolto musica e guardo film. Invece da febbraio a maggio 2020 avevo solo bisogno di silenzio. Dovevo stare in ascolto. Scrive Mariangela Gualtieri in “Nove marzo duemilaventi”: E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. L’ho presa così. Poi, da maggio, ho iniziato a scrivere per il teatro, ho lavorato con Dario Moretti. Domenica scorsa ho finito il mio nuovo spettacolo. Da una parte ho dato vita ad animucce che mi fanno compagnia, dall’altra il lavoro su di me è stato quello di riportarmi a zero, quando il mio corpo è stato sempre abituato ad incarnare forti emozioni».

Come vive la poesia?

«Mi ci appoggio come ad un corrimano».

Dove si è ritrovata dopo un anno così?

«Non ho paura, sono molto centrata; temo però che la voglia di riaprire sia incontrollata. Non ho paura di ritrovarmi impreparata, ma temo la rabbia, l’insoddisfazione, l’energia compressa. Ecco, secondo me il teatro è la migliore forma per mettere in campo le energie in eccesso e trovare pace. Un auspicio: che non si vada avanti come prima, con le solite logiche dei tanti soldi pubblici ai grandi teatri, penalizzando la parte indie».

Ci racconta del suo nuovo spettacolo?

«È ambientato sott’acqua. I protagonisti sono una tartaruga e un’anguilla che arriva dal Mar dei Sargassi. L’anguilla si appiccica alla tartaruga quando è ancora una larva e viaggia verso l’Italia. Si fa dare un passaggio: vuole arrivare a Mantova per unirsi alla lotta per salvare il lago Paiolo. In questo viaggio l’anguilla vuole anche scoprire chi è, perché è ancora senza un genere. Solo al ritorno ai Sargassi, infatti, le anguille diventano maschi o femmine. Il progetto è fatto insieme alla Lav e alla Regione, con il supporto delle scuole. Il titolo è “Oltre il blu”. Tanti animali si incontreranno e parleranno dei problemi che minacciano il mondo sottomarino, dal petrolio alle reti dei pescatori. L’acqua è il narratore e dirà che ci sono buone possibilità, ma l’anguilla dovrà preservare la specie. La tartaruga, invece, deve arrivare alle Eolie e proteggere i pesci. Tutto lo spettacolo è visto con gli occhi degli animali. In questo periodo ho studiato questi nostri modi di vivere che mettono a rischio il mare, perché ad esempio gli effetti di uno sversamenti di petrolio durano decenni. Non siamo sempre noi umani i protagonisti, ma non lo accettiamo, non accettiamo di esser fermati ed essere messi in discussione. Non siamo il centro del mondo».

 

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